Vetiver e agricoltura pt.1

Dopo tanti anni di esperimenti e di verifiche in tutte le peggiori condizioni, voglio tirare le somme e spingere il Vetiver laddove a mio avviso può essere più utile, visto anche il quadro politico ed economico che percepisco ed il mio personale desiderio di vedere questa tecnologia maggiormente impiegata.

La grande varietà di applicazioni possibili talvolta sembra andare a scapito della credibilità del mezzo ed i toni miracolistici che talvolta ho rilevato, potrebbero danneggiare quello che a mio avviso è un tassello ambientale di inestimabile valore.
Partiamo da alcuni dati di interesse che riguardano la pianta:
– Capacità ambientali e limiti
Luce – la pianta necessita di PIENO SOLE, qualunque applicazione sotto alberi o strutture limita seriamente lo sviluppo radicale ed aereo fino a determinarne la morte.

Nelle applicazioni bio ingegneristiche che utilizzano il Vetiver per la tenuta di terrapieni o pendii scoscesi, una simile svista può rivelarsi pericolosa. 
Calore – trattandosi di una essenza di origine tropicale, una temperatura minima stabilmente inferiore ai 12 gradi centigradi ne determina la dormienza. Una conseguenza di ciò, per esempio, è che la sua azione di estrazione di elementi da un suolo o da un bacino idrico inquinato, è discontinua nel tempo. Un miglioramento della qualità del mezzo sarà comunque rilevabile, ma sarà dovuto più all’azione delle forme fungo-batteriche fortemente associate al l’apparato radicale della pianta piuttosto che alla pianta stessa. In certe situazioni, laddove vi sia la necessità di raggiungere livelli di inquinamento certi in tempi altrettanto certi, questo fattore complica di molto il lavoro e fa propendere per metodi più affidabili e la necessità di strutture aggiuntive, quali serre che non facilitano la progettazione.
Acqua – Il fabbisogno idrico del Vetiver varia sensibilmente in base allo stadio di crescita. Nella fase di trapianto e stabilizzazione è assolutamente necessaria la presenza di livelli medio alti di umidità del terreno con una ragionevole costanza, non è invece necessario che siano presenti temperature che consentano la vegetazione della parte aerea: anche minime di 4 o 5 gradi centigradi produrranno un ottimo attecchimento, anzi, la pianta beneficia della dormienza della parte aerea per concentrare le sue risorse nella radicazione, dando luogo ad un risveglio delle gemme basali decisamente più vivace al giungere della primavera e ad una pianta più largamente indipendente sotto il profilo idrico nel periodo siccitoso già dal primo anno di allevamento. Partendo da queste condizioni di temperatura NON esiste una reale differenza di rendimento tra esemplari ottenuti da propagazioni a radice nuda o trasferiti da contenitori alveolati e con un apparato radicale ben formato.
Raggiunto lo stato di maturità, la siepe ha la capacità di sopravvivere a condizioni estreme di calore e siccità sopravvivendo per anni grazie alla sola capacità di intercettare l’umidità notturna con il fogliame, per poi farla ricadere nei pressi del piede della pianta ad una distanza compresa tra i 15 ed i 70 cm dalla ceppaia. Ciò che viene sacrificato è l’accrescimento in altezza e l’accestimento della ceppaia: abbiamo misurato questa differenza di produttività (il test è al quarto anno e prosegue), che si attesta a circa un quarto del potenziale, fermando l’altezza complessiva intorno ai 50/60 cm.

Ciò che invece resta inalterata è la capacità dell’apparato radicale di raggiungere profondità di due metri ed oltre, lo sviluppo sarà probabilmente più lento, ma una volta raggiunta la zona in cui l’umidità è costantemente presente, la progressione radicale si svincola quasi completamente dalla situazione contingente superiore. Gli essudati zuccherini prodotti e la presenza di ossigeno convogliato dalla respirazione della pianta, garantiscono la costante presenza delle forme microbiche associate che restituiscono elementi nutritivi, garantendo così una aspettativa di vita della siepe senza particolari limiti di tempo.

Questo fattore di stasi in ambito molto siccitoso può non essere ben visto nell’ impiego delle siepi vegetative di Vetiver per fini bio ingegneristici, ma è certamente accettabile e può essere positivo nell’ambito agricolo dove l’ombreggiamento della coltura intacca la resa e dove i processi di consociazione tra vettore di bio accumulazione e forme fungo batteriche è fortemente rilevante e da incentivare in ogni modo.
Considerazioni economiche – Parlando di utilità in agricoltura, non si può tacere l’aspetto economico. La pianta è stata, per lungo tempo, fisiologicamente affetta da un elevato costo di produzione in termini di manodopera. Da un lato la produzione a radice nuda ha una mortalità fisiologica del 10% nel post trapianto, vi è dunque la necessità di secondi interventi per il rimpiazzo delle fallanze; dall’altro, se si vuole garantire l’attecchimento al 100% si deve optare per il contenitore alveolato; data la forma molto diversa dei getti da propagare, questa produzione risulta essere un procedimento lento, tedioso e caro.

Comunque la si voglia vedere, il risultato potrà essere unicamente di natura artigianale a scapito dell’utilizzo su maggiore scala.

La densità di impianto delle siepi è il fattore che determina le scelte: per la sistemazione di siepi sinergiche in un ettaro di produzione orticola, spaziando le siepi di 10 metri con 3,3 piante per metro lineare sulla fila, saranno necessarie oltre 3600 piante, per un controvalore di circa 6500€ più due giornate di manodopera ed un mezzo.

Questo è inaccettabile. Se si vuole generare una diffusione della tecnologia, lo si deve fare attraverso la leva economica della competitività.
In quest’ottica, sin dal 2008 abbiamo finanziato lo sviluppo di un protocollo di riproduzione “in vitro” che abbattesse il costo della singola pianta, ottimizzasse la forma e le misure del substrato di allevamento per il trapianto meccanizzato e consentisse una micorizzazione preventiva delle piante per poter utilizzare le siepi quale strumento di transizione da un tipo di agricoltura convenzionale ad altre forme più sostenibili.

In questo momento possiamo affermare che l’abbattimento dei costi del prodotto assomma ad oltre il 70%. 

Ci sono voluti 20 anni, ma ci siamo.

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