Vetiver: Foraggio e Sostanza Organica

Tra le tante applicazioni possibili delle siepi vegetative di Vetiver, quella relativa alla alimentazione animale è stata un po’ trascurata: il valore nutrizionale del Vetiver è decisamente buono e può essere paragonato a quello della paglia di avena selvatica; essiccato e trinciato fornisce un’ottima base per le miscele. Il gradimento degli animali a questo foraggio è stato anche testato in pieno campo, e qui presenta ulteriori vantaggi: infatti un pascolo dove siano disposte anche delle siepi vegetative induce nelle pecore in lattazione una maggiore quantità di latte e si è notata una minore mortalità tra gli agnelli ed un loro maggiore peso medio. La disponibilità di foraggio prodotto da questa pianta in climi caldi ed asciutti, si protrae molto oltre la disponibilità del pascolo seminato.

La gestione delle siepi per foraggio in ambito di pascolo libero deve tenere conto dei tempi di rigenerazione della pianta: in questi periodi la pianta produce gemme basali all’esterno della ceppaia, queste sono ovviamente le più tenere ed attraenti per gli animali.

La porzione basale dei getti che formano la pianta adulta è rigida e più spessa rispetto alla porzione distale; questo garantisce la sopravvivenza della pianta anche quando la pressione di pascolamento è forte.

Come gestire le piante per il pascolo?

Innanzitutto è meglio realizzare un gruppo di siepi ravvicinate (circa 1,5-2,5m tra le file) orientate Nord-Sud, in un numero tale da non sottrarre troppa superficie, ed in modo da poter facilmente isolare l’area dagli animali con una semplice recinzione elettrificata e pannello solare.

All’inizio del periodo di crescita attiva, le piante si presentano secche a causa delle gelate invernali e la biomassa presenterà un contenuto di proteina grezza pari a circa il 9%; a questo punto le piante si falciano a livello del terreno ( contrariamente a ciò che si vede nel video) e si imballa normalmente la paglia.

Si procede poi ad isolare l’area dagli animali finché c’è pascolo disponibile nella restante superficie. Quando il pascolo ha terminato la produzione e l’estate lo ha ingiallito, si rimuove la protezione elettrica e si apre al pascolamento libero. Questo foraggio risulterà verde intenso, abbondante e con un contenuto di proteina di circa il 15%.

Bioaccumulazione e Swales

I terreni NON pianeggianti offrono vantaggi e rischi: facile accesso per i mezzi di lavorazione e raccolta da un lato, solchi di erosione, perdita di suolo e nutrienti dall’altra. E’ altrettanto facile che le lavorazioni ripetute o la mancanza di una coltura di copertura permanente indeboliscano la struttura fisica, generando in breve tempo in calo di resa per perdita di fertilità, maggiore incidenza di malattie ed infestazioni.

In generale sarebbe una buona idea cambiare conduzione agronomica verso modelli più sostenibili quali semina diretta del sodo e cover crops, ma non volendo farne una questione di fede religiosa, propongo una misura attuabile che non implica un cambiamento radicale.

Le swales sono essenzialmente dei fossi poco profondi e piuttosto larghi, realizzati lungo le curve di livello; il lato a valle di questo solco prevede un accumulo del suolo spostato per la creazione del solco. La prima funzione delle swales è quella di trattenere l’acqua sulla proprietà il più a lungo possibile. Altri effetti generati delle swales sono l’intercettazione del sedimento di scorrimento trascinato dalle piogge con una limitazione dell’erosione e della perdita di nutrienti, l’incorporazione del residuo organico che vi si accumula, ed un generale aumento dell’umidità e dei nutrienti disponibili più a valle per le piante, una volta che le piogge sono terminate.

Naturalmente, per far sì che le swales durino il più a lungo possibile, queste dovrebbero essere vegetate in maniera permanente (nella porzione rialzata, a valle del solco); questa interruzione del flusso superficiale dell’acqua, fornisce anche l’occasione per far evolvere la superficie coltivata verso sistemi più complessi e maggiormente sostenibili: la vegetazione permanente con il Vetiver per esempio, fornisce un buon ritorno economico tramite la lotta biologica integrata, l’accumulo di sostanza organica e la proliferazione dei complessi fungo-batteri che si stabiliscono nell’apparato radicale profondo, generano fertilità che aumenta la resa della coltivazione.

In questo link un utile strumento per il calcolo dell’interdistanza e della profondità delle swales.

Vetiver e Food Forests

Una delle applicazioni meno conosciute del Vetiver è quella di supporto sinergico all’arboricoltura.

La realizzazione di una Food Forest spesso comincia da zero, su un terreno acquistato di recente e che di recente ha terminato il suo sfruttamento intensivo nell’azienda agricola di qualcuno.

Il minimo che può capitare in questi casi è che la struttura fisica del suolo sia stata pesantemente lavorata e finemente triturata, vi sia una suola di coltivazione appena sotto i 50 cm di profondità e probabilmente qualche ristagno idrico. Probabilmente tutte o quasi le essenze spontanee che si vedono, parlano di stress, eccessi di azoto e struttura al collasso. In questi casi far attecchire e far crescere velocemente una Food Forest non è cosa da poco.

La smart solution fu proposta la prima volta da Tony Cisse di Vetiver Senegal, che sistemò piante di Vetiver sulla linea di spiovenza della chioma di alberi da frutto piantati di recente.

Personalmente applicherei questa tecnica con alcune modifiche in stile Permacolturale:

Un semicerchio di piante, aperto dal lato Sud attorno al fruttifero per generare un microclima funzionale ad intrappolare il calore invernale; la pacciamatura che si sistema alla base dell’albero non potrà più essere strappata via dal vento e si composterà più velocemente, mentre la gramigna sarà tenuta lontana dal fruttifero molto più agevolmente.

Il Vetiver è anche apprezzato per la sua avversione nei confronti della suola di coltivazione e per generare risalita per capillarità di umidità e microelementi nei periodi più caldi.

Sul piano simbiotico invece, il Vetiver ha una spiccata capacità di emettere nel terreno segnali elettrici e bio-chimici che attivamente richiamano funghi micorrizici e batteri simbiotici in grande varietà e quantità; le radici superficiali di alimentazione del fruttifero che giungono in contatto con l’apparato radicale del vetiver beneficieranno dall’aumento molto veloce di acidi umici e dal miglioramento della struttura fisica del terreno dovuti a questa associazione. Ne deriva una crescita più robusta e veloce del fruttifero al centro di questa associazione ed una maggiore capacità di ritenzione dell’umidità

Si noti però che il Vetiver è una pianta pioniera che necessita di pieno sole, per cui quando la chioma crescerà mettendo in ombra le piante di Vetiver, queste recederanno a cominciare dal lato Nord.

In ogni caso l’associazione tra Vetiver e Food Forest produrrà oltre al beneficio diretto agli alberi ed un valido ausilio nella lotta biologica integrata, anche un netto miglioramento della qualità del suolo che, dal versante interno si muoverà presto verso l’esterno del sistema. In aggiunta fornirà una più che sufficiente quantità di paglia per pacciame fortemente alveolata ma lenta a decomporsi per l’elevata presenza di lignina.

Se si volesse mantenere nel tempo la situazione di microclima e sinergia dopo l’attecchimento e le prime stagioni di crescita, si dovranno spostare le piante di Vetiver più esternamente man mano che la chioma cresce; fino ad arrivare ad una associazione stabile quando la pianta ha raggiunto la sua forma definitiva.

 

Agricoltura Conservativa

 

Le tipologie di agricoltura sono decine, ve ne sono per ogni fantasia, fede ed interesse; quelle che hanno in comune alcuni fattori quali copertura permanente del terreno, sovescio (green cover, green manure), che utilizzano rotazione delle colture (crop rotation) ed applicano un disturbo minimo o nullo del terreno (minimum or no till), sono le mie favorite.

In particolare una, l’agricoltura conservativa (conservation agricolture) utilizza le rotazioni e la copertura permanente del terreno con semina diretta. I residui delle coltivazioni precedenti non vengono rimossi, il suolo non viene lavorato.

Sarà la crescita della nuova copertura a garantire a muffe e batteri bio decompositori, l’umidità ed il riparo necessari  per operare la demolizione della sostanza organica e la sua mineralizzazione.

Questo tipo di conduzione indubbiamente spaventa o fa sorridere i molti che pensano che il terreno vada “domato” e che debba presentarsi “pulito”. Invece, per ciò che si è capito della fertilità del suolo, “pulito e domato” sono sinonimi di spese sempre maggiori e rese sempre peggiori in quantità e qualità.

Una volta che il terreno è tornato ad avere una solida struttura fisica e la soil food web, la rete di comunicazione in cui sono presenti piante, ife fungine, batteri, micro e macro organismi, si è ripristinata a livelli accettabili, anche il consumo di acqua viene drasticamente ridotto con questo tipo di approccio, e diventa possibile coltivare anche senza fornitura idrica.

 

Biodiversità Rivoluzionaria

La varietà è la salute del suolo.

Questa affermazione, oltre che in agricoltura può essere applicata a moltissime altre situazioni.

Un mio mentore, anni fa mi mostrò come ogni sistema complesso ha il suo particolare modo di evolversi e lo fa approfittando delle più svariate opportunità. Ne deriva che se tali opportunità sono numerose, l’evoluzione è più veloce. Sarà compito dei “Controllori del Sistema” evitare che l’evoluzione imbocchi strade pericolose.

Nel sistema agricolo è il suolo a doversi evolvere, la sua capacità di resistere ai tentativi di forzatura che noi operiamo è limitata.

Possiamo sostenere la produttività in modo artificiale, ma il costo in termini economici e di libertà di scelta varietale, sarà sempre più alto.

Nel proteggere ed arricchire il suolo quale vero centro di tutti i nostri interessi, oggi compiamo un atto rivoluzionario.

Basi di Bio Accumulo

 

Ogni componente di un sistema deve avere più funzioni, questa è la regola.

All’interno di un sistema agricolo complesso le risorse non sono mai in eccesso, al contrario dello spazio a disposizione. Se il confine di separazione tra due ambienti differenti dello stesso sistema possiede più funzioni, allora diventa una risorsa, altrimenti rimane un ostacolo.

Oltre alle più ovvie funzioni di una siepe quali fornire separazione ottica, protezione, riparo, ecc., ne esistono altre che non sono immediatamente visibili ad occhio nudo.

La disposizione della siepe rispetto al percorso del sole ed i venti predominanti, dà una risposta in termini di accumulo e trasformazione di sostanza organica con produzione di compost, riproduzione di forme di vita come muffe e batteri decompositori ed insetti.

Questo effetto della siepe sull’ambiente circostante attira l’attenzione degli animali selvatici e domestici a pascolo libero che sono presenti nel sistema per il controllo degli insetti che proliferano alla base e nel centro della siepe. Insieme alle loro deiezioni questi animali depositeranno altre specie e varietà di batteri e funghi ottenuti in tutto l’ambito del sistema.

Tutte queste interazioni avvenute alla base della siepe verranno ricordate ed amplificate dalla siepe stessa: vi saranno nuove colonie batteriche e gli zuccheri posti nel terreno dalle radici della siepe stessa ne determineranno la proliferazione.

Naturalmente ogni siepe ha due lati.

Vetiver e Agricoltura Pt.2: Sinergie Agricole

Quale impiego per il Vetiver in agricoltura?

Partiamo dall’apparato radicale esclusivamente verticale, di enormi dimensioni ed in grado di penetrare per metri nella stratigrafia: la sua struttura è fascicolata, la sezione media delle radici è compresa tra 0,2 e 2 mm: in breve la superficie di contatto tra pianta e suolo, se rappresentata bi-dimensionalmente, assommerebbe a dimensioni enormi.

Tale struttura attira attivamente, con segnali chimici ed elettrici, forme di vita fungo-batteriche aerobiche, le micorrize, che sfruttano gli essudati zuccherini prodotti dalla pianta e liberati nel terreno dalle radici, in ritorno le micorrize restituiscono sostanze minerali elaborate che la pianta assorbe.

La sostanza organica presente nel terreno dunque, non è solo la materia vegetale decomposta, è anche il residuo di passate generazioni di colonie batteriche che influiscono anche sul colore del terreno.

I l processo di trasformazione e trasporto si ripete  per l’intera lunghezza dell’apparato radicale, che penetra nel terreno per minimo due metri e con una larghezza di circa 170 cm di diametro, portando fertilità in profondità e facendo risalire per capillarità gli elementi nobili vincolati.
Alla base, la pianta forma un intricato reticolo di fibre in grado di fermare ed accumulare anche la frazione argillosa più sottile trascinata dalle piogge, insieme a semi di essenze spontanee e materiale organico sciolto, presenti sul terreno e veicolati da acqua e vento.

La siepe diventa in breve tempo un filtro, un laboratorio di biodiversità ed una banca, (Base di Bio Accumulazione), dove tutte le informazioni fungo batteriche trascorse, relative agli avvicendamenti colturali effettuati nel tempo, si incontrano e vengono memorizzate. Presso queste strutture inoltre, diventano visibili le condizioni del terreno circostante grazie alla germinazione delle essenze indicatrici spontanee.

La parte foliare vera e propria è generalmente capace di giungere a due metri e mezzo di altezza in 18 mesi laddove rimanga indisturbata ed in presenza di acqua in periodo vegetativo; oltre all’ovvia funzione di frangivento (circa 10m lineari di efficacia dalla ceppaia), la biomassa aerea ospita una grande varietà di insetti ed in breve si accredita quale miglior territorio di caccia e riproduzione, sottraendo alle colture il potenziale dannoso delle infestazioni.

La biomassa aerea di per sé costituisce una formidabile risorsa: test in campo ed in laboratorio condotti nel 2014, hanno rivelato che la produzione è pari a circa 10kg per metro lineare di siepe, con una umidità relativa pari al 56,30%, ed un contenuto di Carbonio del 20,50%, dopo lo sfalcio l’umidità scende in pochi giorni fino al 11% con l’essiccazione in campo. La quantità di biomassa asportabile da un ettaro di superficie è pari a circa 100T/ha/anno.

Dunque una prima risposta alla domanda sull’utilità in agricoltura potrebbe essere: ottima paglia per l’agricoltura sinergica e fertilità.

 

Vetiver e agricoltura pt.1

Dopo tanti anni di esperimenti e di verifiche in tutte le peggiori condizioni, voglio tirare le somme e spingere il Vetiver laddove a mio avviso può essere più utile, visto anche il quadro politico ed economico che percepisco ed il mio personale desiderio di vedere questa tecnologia maggiormente impiegata.

La grande varietà di applicazioni possibili talvolta sembra andare a scapito della credibilità del mezzo ed i toni miracolistici che talvolta ho rilevato, potrebbero danneggiare quello che a mio avviso è un tassello ambientale di inestimabile valore.
Partiamo da alcuni dati di interesse che riguardano la pianta:
– Capacità ambientali e limiti
Luce – la pianta necessita di PIENO SOLE, qualunque applicazione sotto alberi o strutture limita seriamente lo sviluppo radicale ed aereo fino a determinarne la morte.

Nelle applicazioni bio ingegneristiche che utilizzano il Vetiver per la tenuta di terrapieni o pendii scoscesi, una simile svista può rivelarsi pericolosa. 
Calore – trattandosi di una essenza di origine tropicale, una temperatura minima stabilmente inferiore ai 12 gradi centigradi ne determina la dormienza. Una conseguenza di ciò, per esempio, è che la sua azione di estrazione di elementi da un suolo o da un bacino idrico inquinato, è discontinua nel tempo. Un miglioramento della qualità del mezzo sarà comunque rilevabile, ma sarà dovuto più all’azione delle forme fungo-batteriche fortemente associate al l’apparato radicale della pianta piuttosto che alla pianta stessa. In certe situazioni, laddove vi sia la necessità di raggiungere livelli di inquinamento certi in tempi altrettanto certi, questo fattore complica di molto il lavoro e fa propendere per metodi più affidabili e la necessità di strutture aggiuntive, quali serre che non facilitano la progettazione.
Acqua – Il fabbisogno idrico del Vetiver varia sensibilmente in base allo stadio di crescita. Nella fase di trapianto e stabilizzazione è assolutamente necessaria la presenza di livelli medio alti di umidità del terreno con una ragionevole costanza, non è invece necessario che siano presenti temperature che consentano la vegetazione della parte aerea: anche minime di 4 o 5 gradi centigradi produrranno un ottimo attecchimento, anzi, la pianta beneficia della dormienza della parte aerea per concentrare le sue risorse nella radicazione, dando luogo ad un risveglio delle gemme basali decisamente più vivace al giungere della primavera e ad una pianta più largamente indipendente sotto il profilo idrico nel periodo siccitoso già dal primo anno di allevamento. Partendo da queste condizioni di temperatura NON esiste una reale differenza di rendimento tra esemplari ottenuti da propagazioni a radice nuda o trasferiti da contenitori alveolati e con un apparato radicale ben formato.
Raggiunto lo stato di maturità, la siepe ha la capacità di sopravvivere a condizioni estreme di calore e siccità sopravvivendo per anni grazie alla sola capacità di intercettare l’umidità notturna con il fogliame, per poi farla ricadere nei pressi del piede della pianta ad una distanza compresa tra i 15 ed i 70 cm dalla ceppaia. Ciò che viene sacrificato è l’accrescimento in altezza e l’accestimento della ceppaia: abbiamo misurato questa differenza di produttività (il test è al quarto anno e prosegue), che si attesta a circa un quarto del potenziale, fermando l’altezza complessiva intorno ai 50/60 cm.

Ciò che invece resta inalterata è la capacità dell’apparato radicale di raggiungere profondità di due metri ed oltre, lo sviluppo sarà probabilmente più lento, ma una volta raggiunta la zona in cui l’umidità è costantemente presente, la progressione radicale si svincola quasi completamente dalla situazione contingente superiore. Gli essudati zuccherini prodotti e la presenza di ossigeno convogliato dalla respirazione della pianta, garantiscono la costante presenza delle forme microbiche associate che restituiscono elementi nutritivi, garantendo così una aspettativa di vita della siepe senza particolari limiti di tempo.

Questo fattore di stasi in ambito molto siccitoso può non essere ben visto nell’ impiego delle siepi vegetative di Vetiver per fini bio ingegneristici, ma è certamente accettabile e può essere positivo nell’ambito agricolo dove l’ombreggiamento della coltura intacca la resa e dove i processi di consociazione tra vettore di bio accumulazione e forme fungo batteriche è fortemente rilevante e da incentivare in ogni modo.
Considerazioni economiche – Parlando di utilità in agricoltura, non si può tacere l’aspetto economico. La pianta è stata, per lungo tempo, fisiologicamente affetta da un elevato costo di produzione in termini di manodopera. Da un lato la produzione a radice nuda ha una mortalità fisiologica del 10% nel post trapianto, vi è dunque la necessità di secondi interventi per il rimpiazzo delle fallanze; dall’altro, se si vuole garantire l’attecchimento al 100% si deve optare per il contenitore alveolato; data la forma molto diversa dei getti da propagare, questa produzione risulta essere un procedimento lento, tedioso e caro.

Comunque la si voglia vedere, il risultato potrà essere unicamente di natura artigianale a scapito dell’utilizzo su maggiore scala.

La densità di impianto delle siepi è il fattore che determina le scelte: per la sistemazione di siepi sinergiche in un ettaro di produzione orticola, spaziando le siepi di 10 metri con 3,3 piante per metro lineare sulla fila, saranno necessarie oltre 3600 piante, per un controvalore di circa 6500€ più due giornate di manodopera ed un mezzo.

Questo è inaccettabile. Se si vuole generare una diffusione della tecnologia, lo si deve fare attraverso la leva economica della competitività.
In quest’ottica, sin dal 2008 abbiamo finanziato lo sviluppo di un protocollo di riproduzione “in vitro” che abbattesse il costo della singola pianta, ottimizzasse la forma e le misure del substrato di allevamento per il trapianto meccanizzato e consentisse una micorizzazione preventiva delle piante per poter utilizzare le siepi quale strumento di transizione da un tipo di agricoltura convenzionale ad altre forme più sostenibili.

In questo momento possiamo affermare che l’abbattimento dei costi del prodotto assomma ad oltre il 70%. 

Ci sono voluti 20 anni, ma ci siamo.