Nuovi contenuti del sito VETIVER ITALIA

imageDato l’interesse nato negli ultimi tempi, che si è tramutato in richieste per conferenze, interventi ed opinioni, abbiamo ritenuto necessario dare vita nel sito ad una nuova pagina, immaginata sin dal 2006, in cui fosse possibile vedere piccoli video tutorial informativi sia sulle caratteristiche della pianta che, in un secondo momento, sulle più avanzate tecniche di produzione, lo stato dell’arte della produzione energetica legata allo smaltimento dell’inquinamento ed altre tematiche ambientali ed economiche.

La pagina del sito in questione è la seguente: VIDEO TUTORIAL

mentre qui troverete il canale YouTube di riferimento.

Il lungo viaggio del Vetiver

Il lungo viaggio del vetiver, le prospettive di espansione, le scelte etiche e produttive: tutto ciò nasce da una volontà ben precisa di dare vita e seguito ad un progetto che non è solo legato alla pianta ed al “sistema vetiver” che caratterizza tutta la storia di cui parliamo. Ma, ben più importante, è la scelta di una azione di sviluppo dell’uomo legata alla terra, alla naturale relazione tra stagioni, territorio, comunità, produttori, installatori. Ad unirli la volontà di cercare mezzi idonei per combattere contro l’usura della nostra terra, contro l’inquinamento, contro lo sfruttamento e l’impoverimento dei terreni, contro l’abbandono di argini e sistemi fluviali, la progressiva modificazione delle condizioni climatiche. Ma da dove siamo partiti? Dove ha preso il via tutto quanto e come ci stiamo muovendo?

Vetiver Italia cresce attraverso l’impegno costante nella ricerca e nello studio della nostra prodigiosa pianta, con uno sforzo organizzativo ed economico che spesso supera le forze degli operatori. Marco Forti, Coordinatore Nazionale del Vetiver Italia Network e Senior Technical Consultant del “The Vetiver Network International” ha “conosciuto ” ciò che sarebbe entrato prepotentemente nella sua vita professionale e di scommessa per il futuro nostro e dei nostri figli, durante i suoi studi in Australia. L’incontro con uno dei massimi esperti del vetiver nel mondo,  Paul Truong, è stato il primo passo per iniziare una avventura che oggi si collega in maniera strettissima con tutte le altre  esperienze internazionali che fanno del vetiver un fenomeno unico mondiale. Truong,  direttore del Vetiver Consulting of Australia,  e     direttore tecnico del “The Vetiver Network International” è autore con Tran Tan Van e Elise Pinners del “Manuale tecnico di riferimento per l’applicazione del sistema vetiver”.  Con lui e con l’apporto quasi paterno di Dick Grimshaw, fondatore nel 1994 del  Vetiver Network International, attivo nell’uso del “sistema vetiver” dal 1986, Marco Forti ha preso coscienza e coraggio: coscienza di come realmente un nuovo mondo ed un nuovo modo di rispondere ai problemi che l’uomo crea alla natura, esistano; coraggio di rischiare su se stesso e di cercare di portare l’esperienza intercontinentale, specifica del “sistema vetiver”, anche nel bacino del Mar Mediterraneo, partendo dall’Italia, dalla Sardegna, dove nel frattempo Marco Forti si è stabilito e vive e lavora ancora oggi.

La Sardegna, posta al centro del Mediterraneo, punto di congiunzione tra Europa, Africa e Vicino Oriente, con il suo clima, il sole, la ricchezza di falde sotterranee, di terre ricche e terreni agricoli altamente produttivi; ma anche di zone distrutte dall’uomo, con miniere abbandonate, industrie dismesse, inquinamento da metalli pesanti, desertificazione incipiente. è risultata essere un perfetto laboratorio e polo produttivo per il vetiver. In venti anni di attività Vetiver Italia ha instaurato una rete di rapporti e di scambi che vanno dalla Grecia all’Olanda, al Kuwait. Ha collaborato con le prime forniture di piante alla nascita di Vetiver Spagna,  e proprio nella penisola Iberica instaurò un proficuo scambio di studi con l’Universidad Complutense di Madrid. Altri poli universitari hanno collaborato e collaborano con Vetiver Italia per progredite nella ricerca bio-ingegneristica nel pieno rispetto della natura e delle prerogative del vetiver: Ca’ Foscari, Perugia, il Politecnico di Milano sono istituzioni con le quali l’avvio di progetti e di confronti ha portato a realizzare esperienze come quella nella laguna di Venezia, per la protezione e ripristino degli argini lagunari.

Lido di Venezia

Ed in Italia grazie alla passione di vari installatori e di persone che hanno creduto nelle proposte di Vetiver Italia sono attive delle realtà come Vetiver Toscana e Vetiver-ProAmbiente:  lavorando in stretto rapporto le possibilità di espansione del “sistema vetiver” stanno dando frutti sino a pochi anni fa insperati in uno Stato, quello italiano, fortemente disattento nel cogliere le possibilità che vengono da chi mette al primo posto l’ambiente e la salvaguardia della terra. Oggi diversi enti pubblici, molte istituzioni private e centri di ricerca stanno apprezzando le grandi prospettive che il vetiver offre in tutti i suoi campi di applicazione.

Impianto realizzato da VetiverProAmbiente con Sistema Vetiver per il Comune di Rosciano per il contenimento di una scarpata a Villa S.Giovanni (PE)

Importante è lo scambio di informazioni e di esperienze che viaggia attraverso i siti internet di tante entità internazionali in Sud America, in Oceania, in Asia, perché nessuno si sente esclusivo proprietario delle sue scoperte e dei suoi successi, ma condividendolo is aumenta la coscienza della validità del “sistema vetiver”. Installazioni che offrono idee per salvaguardare un costone, bloccare frane o per depurare fiumi e stagni, per far incapsulare alla pianta i metalli pesanti, per creare vere piscine pubbliche laddove un tempo c’erano solo pozze inquinate e maleodoranti, tutto è messo in rete, dalla Colombia al Venezuela, all’Australia, all’Argentina, alla Spagna all’Italia.

Ed in Italia, da un anno, è attiva una società, RESEMINA, che ha deciso di andare oltre  dedicandosi alla ricerca di nuove frontiere e di nuove vie in ambito di fitodepurazione, fitorimedio, smaltimento del percolato, azioni di sostenibilità ambientale, contrasto del dissesto idrogeologico e tecnologie per la minimizzazione del rischio e la prevenzione del dissesto,  progetti di miglioramento delle rese agricole, attività di bio-edilizia. E tutto partendo sempre dal vetiver.

PROSSIMI OBIETTIVI

Il prossimo passo è quello di applicare la fitodepurazione alla produzione di foraggi per allevamento: la prossima settimana sarò dalle parti di Ozieri (Othieri Mannu) per verificare la fattibilità di quest’idea. Il Vetiver è molto apprezzato dagli ovicaprini sebbene in genere preferiscano esaurire tutte le altre varietà di erbe a disposizione, sembra siano piuttosto abitudinari con i sapori. Quando invece la pianta è fornita in corsia o in ovile non fanno assolutamente storie. Ma d’altro canto chi ne farebbe in corsia?

SPOSTIAMO TUTTO!

A metà agosto, Domenico, il proprietario del terreno, mi chiede di spostare tutte le piante nella porzione di fondo del terreno, attigua al vivaio, entro le prime piogge, e non entro 6 mesi come da accordi. Io credevo di poter espandere la coltivazione da quella parte in un secondo tempo, quindi lo avevo arato e spietrato nel tempo. Purtroppo nè era il momento di fare questo spostamento, nè avevo tempo o denaro per farlo, ma, non potendo fare altrimenti, mi sono adeguato alla svelta. Fortunatamente posso contare su degli amici sinceri e periodicamente, alla bisogna, gli procuro una bella lombalgia….(se cominceranno ad evitarmi capirò il perchè).

Grazie Lupin! Una giornata di pala meccanica, cinque giorni in cinque al lavoro ed ecco il nuovo vivaio..

FATTI ASSODATI

Le due file abbandonate sono morte.
Questo è successo perché avendole propagate a maggio e cioè dopo il risveglio vegetativo, non hanno avuto il tempo di radicare in profondità nel terreno prima che questo inaridisse del tutto. Invece, nel periodo invernale, il terreno è costantemente umido ed evidentemente la sua temperatura non impedisce la crescita dell’apparato radicale. Ne deduco che nelle propagazioni effettuate in pieno inverno, anche se la parte aerea muore, le radici continuano a svilupparsi senza soluzione di continuità raggiungendo entro l’estate successiva strati profondi che conservano sempre un minimo di umidità di sussistenza consolidandosi poi nella stagione calda fino ad assumere una dimensione importante entro i 7-10 mesi dall’impianto e conservando la possibilità si coltivazione in asciutta.
Al contrario, le propagazioni effettuate in periodi di vegetazione primaverile/estiva, devono essere irrigate a fondo almeno una volta per la sussistenza e più volte per una rapida produzione di materiale da moltiplicazione.
Gli impianti effettuati in autunno, come quelli invernali, possono essere condotti in asciutta, ma avranno una maggiore tendenza a sviluppare notevoli quantità di infestanti perché sopporteranno sia il boom vegetativo autunnale sia quello primaverile delle malerbe e la loro competizione genererà sia una maggiore necessità di manutenzione, sia risultati meno buoni.

PROVA DEL 9

A maggio, in periodo di vegetazione già avviata, mi accingo ad impiantare un nuovo vivaio, in una parcella coltivata a zucca l’estate precedente quindi ben rinettata dalle gramigne. Produco quattro file da 40 metri e le irrigo solo all’atto della piantumazione. Dispongo la concimazione di fondo ad alto titolo di azoto e a lenta cessione.

L’unico intervento è di luglio dove mi limito a bagnare profondamente solo due file su quattro, elimino gran parte delle infestanti maggiori.Lascio tutto com’è ed aspetto la fine di agosto. Il regime di temperature non è stato particolarmente drastico, abbiamo avuto una bolla africana solo per un paio di settimane a metà luglio, per il resto è stata un’estate abbastanza gradevole. Rimango ad osservare

SORPRESA!

Durante l’inverno ho avuto una piacevole sorpresa: quasi tutte le piante della parcella abbandonata che erano state piantumate col metodo del singolo getto (come il riso), sono tornate a farsi notare. Si sono ricavate una nicchia in mezzo alle gramigne, ma non hanno sviluppato un apparato radicale particolarmente robusto. La differenza con l’altro metodo sta principalmente nel fatto che quando si divide una pianta madre e la si propaga, insieme ai 30 cm di parte aereae a quei pochi cm di radici residue, si trapianta il cuore vero della pianta, la parte più importante della propagazione: la corona. Questa è una parte legnosa da cui partono le radici e su cui si innestano i getti. Al contrario quando si “seminano” i singoli getti, la corona è assente ed il getto impiega moltissimo tempo ed energia per abbozzarne una; potrebbero esserci le basi per una tecnica vivaistica. lavorando però il terreno in una maniera diversa.

Salto di qualità

Alla fine dell’inverno faccio il primo investimento per la produzione: compro un motocoltivatore 12 cavalli con fresa da 60cm Ferrari, quattro marce più retromarcia, quattro tempi a benzina con assolcatore e comincio a vedere prospettive diverse da prima.

Le 1000 piante del terzo vivaio prosperano irrigate questa volta da un’ala gocciolante leggerissima che costa 18 centesimi di euro al metro e giunge in rotoli anche di grande formato (3000mt); le irrigazioni, sempre profonde sono limitate a cinque in tutta l’estate.

Questa volta, nel solco preparato per l’impianto ho disposto una concimazione ad elevato titolo di azoto a lenta cessione ed una pacciamatura di erba medica già parzialmente decomposta. Questo fattore ovviamente fa una grande differenza e a settembre le piante disposte su file distanti tre metri formano delle siepi compatte fra le quali quasi si fatica a passare.

Un ottimo risultato.

Perfeziono la tecnica

Spronato dal bel risultato del nuovo vivaio, all’inizio dell’estate mi accingo a preparare un nuovo vivaio di altre 400 piante, seguo lo stesso metodo che prevede l’eliminazione quasi totale dell’apparato radicale ed il taglio della parte aerea a circa 30 cm.Il terreno è già duro come il granito che lo ha generato ma con la zappa affilata ne ho ragione, i solchi sono pronti, il boom vegetativo della primavera è alle spalle e le temperature sono stabilmente estive. Questa volta mi limito con le irrigazioni dato che le piante radicate hanno comunque sopportato bene la bolla africana del 2003 senza un fiato; noto che il secondo impianto non si è infestato come il primo: il periodo sfavorevole alle infestanti e le irrigazioni rare e profonde mi convincono a cambiare metodo. Mi ritengo soddisfatto e per quell’anno mi limito ad osservare cosa succede.

Il boom

Quando la temperatura minima scollina stabilmente sopra i 12°C,il terreno un po’ povero di frazione organica, un po’ asfittico, comincia a gonfiarsi attorno alla base delle propagazioni ed in una settimana esplode una messe di nuovi getti, almeno 8-12 per ogni getto originario, raggiungendo in quel lasso di tempo i 40-50 cm. Non mi par vero! le piante avevano sacrificato ogni attività fuori terra per concentrarsi a mettere radici ripromettendosi di risorgere dopo pasqua. Le curo e le concimo per tutta la primavera dando abbondanti dosi di acqua che bagni in profondità una volta o due ogni settimana.Intanto le infestanti si fanno sentire: il boom vegetativo primaverile le spinge a vegetare e crescere in gran numero ed il solco prodotto a settembre per accomodare il nuovo vivaio si riempie di infestanti pioniere i cui semi giacevano in sonno negli strati inferiori. Le frequenti irrigazioni automatiche rendono il vivaio un intrico spaventoso.

Mentre ripulisco il tutto con fatica bestiale, comincio a comporre nella mia mente una lista di errori da NON RIPETERE. Al contrario invece, i singoli getti piantati nel fango non danno risultati di rilievo e vengono sommersi da orde di stoloni di gramigne fameliche che viaggiano come astronavi a curvatura 9 nel terreno smosso solo superficialmente. Abbandono la parcella al suo destino senza tanti complimenti.