Fitodepurazione e Ricerca

Anche quest’anno voglio chiudere con un bilancio obbiettivo dei risultati ottenuti: considerando il posizionamento geograficamente difficoltoso dei siti produttivi ed i costi connessi all’essere presente laddove si utilizzano le piante che produciamo, quest’anno abbiamo deciso di spingerci maggiormente in campi che consentano una rapida consegna di prodotti ( e-commerce) e che questi siano dei “prodotti finiti”, che consentano cioè una applicazione molto rapida, di sicuro successo nell’attecchimento e con minima necessità di consulenza, se non nella fase progettuale.
Abbiamo individuato due aree di lavoro che ci danno questa possibilità: al dissesto idrogeologico, nostro “core business” da sempre, migliorato con prodotti radicati e micorizzati che abbattono decisamente i costi di posa ed i tempi di ingresso a regime, abbiamo aggiunto la fitodepurazione; non tanto nelle sue necessità progettuali, che per noi sono difficili da seguire in fase di realizzazione, ma piuttosto nel migliorare un prodotto specifico già esistente, l’ Isola Verde Galleggiante, che si applica ovunque vi sia un accumulo di acqua la cui qualità vada preservata o migliorata, sia esso un invaso per scopi agricoli o di allevamento, un terzo stadio di affinamento derivante dalla depurazione di reflui, oppure anche un sistema di fitodepurazione a se di tipo a flusso superficiale (FWS), che necessita di ampie superfici poco profonde. A ciò si aggiungano i bacini di lagunaggio di acque reflue di procedimenti industriali quali la premitura delle olive, le acque di vegetazione, molto ricche di molecole organiche, costose da demolire ed inquinanti in fognatura e nell’ambiente; in ognuno di questi casi e molti altri è possibile con poca spesa, migliorare o mantenere la qualità dell’acqua. Il concetto di base dell’Isola Verde Galleggiante è molto semplice e già noto: il film batterico aerobico associato alle radici fluttuanti è nutrito dall’ossigeno fornito dalle piante, sono i batteri ad assorbire gli elementi e a trasformarli in nutrimento che la pianta estrae; in più se la pianta è in grado, come in questo caso, di tollerare grandi quantità di elementi, il sistema è inseribile in situazioni anche molto compromesse.

Noi sappiamo anche che il film batterico che opera questa trasformazione è presente nel substrato su cui la pianta si ancora e prospera, per cui abbiamo visto la possibilità di migliorare l’azione di depurazione inserendo nelle Isole Verdi Galleggianti un particolare substrato misto, addizionato di biotecnologie, che aggiunga una notevolissima quantità di vita microbica all’intero sistema migliorandone la performance. Va aggiunto che essendo la pianta soggetta a dormienza invernale, l’aumento delle superfici interessate dal film batterico, produce una attività residua di filtraggio dell’intero sistema, molto più pronunciata in quei mesi in cui la pianta non opera attivamente.

In buona sostanza, ci sentiamo di aver molto migliorato una applicazione poco sfruttata ma decisamente utile ed economica, ed in più la abbiamo sottratta ad una logica artigianale che ne limitava decisamente l’applicazione utilizzando design pratici e robusti che consentano la durabilità nel tempo.

Insomma un anno proficuo di lavoro e riflessione; un buon anno.

(Photo courtesy of TVNI)

Nuovi prodotti per Fitodepurazione

LAGO

Resemina è già specializzata nel campo del recupero ambientale, soprattutto per ciò che riguarda il dissesto idrogeologico: abbiamo studiato e prodotto, primi in Italia, il potenziamento delle piante di Vetiver (con certificazione di sterilità) con biotecnologie, al fine di sviluppare impianti maggiormente efficaci e rendere unici i nostri progetti garantendo economicità dei costi per i clienti.

Adesso abbiamo deciso di ampliare i nostri orizzonti: partiamo sempre dal concetto base di recupero ambientale, costi ridotti e semplicità degli impianti per arrivare a costruire “isole verdi galleggianti” per impianti di fitodepurazione di laghi e canali. Lo scopo da raggiungere è quello di fornire ai nostri clienti un prodotto che sia in grado di depurare le acque  ed ossigenarle, nel rispetto della flora e della fauna presenti. Le “isole verdi galleggianti” sono efficaci, a costi bassi e belle da vedere: possono essere introdotte in ogni contesto lagunare senza intaccare il panorama esistente, non necessitano di manutenzione post-impianto e sono estremamente facili da allestire in situ.

Siamo in grado di fornire un vero e proprio kit scatola di montaggio, completo di spiegazioni, al fine di consentire ai clienti il corretto posizionamento e la corretta installazione.

A chi è dedicato questo nuovo prodotto?

E’ necessaria una premessa sul concetto di fitodepurazione: la fitodepurazione è un sistema di depurazione naturale delle acque reflue domestiche, agricole e talvolta industriali, che riproduce il principio di autodepurazione tipico degli ambienti acquatici e delle zone umide. L’etimologia della parola (phyto=pianta) potrebbe far ritenere che siano proprio le piante gli attori principali del processo depurativo, ma in realtà le piante hanno il ruolo fondamentale di creare un habitat idoneo alla crescita della flora batterica, adesa o dispersa, che poi è la vera protagonista della depurazione biologica. A livello internazionale gli impianti di fitodepurazione vengono chiamati “constructed wetlands” e possono essere utilizzati come trattamento secondario (cioè processo depurativo a valle dopo il trattamento primario) o come trattamento terziario a valle per il finissaggio delle acque.

Detto questo per sommi capi, il nostro prodotto di “isole verdi galleggianti” è dedicato a quanti si trovino nella necessità di migliorare la qualità dell’acqua in un invaso sia esso laghetto decorativo
, canale o sistema fitodepurativo a flusso superficiale (FWS), anche in presenza di fauna (ad es. laghetti da pesca sportiva, piscine naturali, etc.), senza intaccarne l’habitat o il panorama.

I materiali da noi utilizzati sono solidi e garantiti, le strutture possono essere ancorate al fondo o alle sponde  (in maniera da consentirne il controllo) e sono di gradevole design, le grandezze sono modulabili e le piante utilizzate sono autoctone o naturalizzate.

Abbiamo a disposizione due tipi di design di “isola verde galleggiante”: la prima con parte emersa in bamboo gigante permette anche un uso decorativo; l’altra più economica di tipo semi-sommerso.

Continuiamo a mantenere bassi i costi e forniamo progettazione gratuitamente.

TORNA A PIOVERE, MA AVEVA SMESSO?

Tornano le piogge, sempre molto intense e sempre negli stessi luoghi. Disastri annunciati che si susseguono ormai da troppi anni, ma i commenti sono inequivocabilmente gli stessi: sono “eventi eccezionali”, sono “eventi anomali” oppure sono “eventi imprevedibili”. Eppure basterebbe andare a rivedere le immagini del litorale ligure di due o tre anni fa per accorgersi che la drammaticità è la stessa, anzi sembra che la recrudescenza sia persino aumentata. L’allerta-meteo non può bastare, il campanello di allarme alla popolazione può tacitare le coscienze di chi non ha voluto agire in termini di prevenzione. Il grido più forte è di questi giorni e giunge dalla voce autorevole di un accademico del mondo della geologia di cui è inutile fare il nome, perché sono i concetti espressi quelli che ci interessano.  Questo geologo di fama nazionale si è spinto in commenti audaci, ma estremamente motivati: a suo avviso i fondi già stanziati per Genova (si parla di 35 mln di euro) sono “fermi” per contenziosi con le imprese per le gare di appalto, i sindaci sono incapaci di chiudere i progetti definitivi sugli interventi nel territorio. È come dire: gli amministratori locali, deputati alla prevenzione ed alla messa in sicurezza, sono i peggiori nemici dei loro amministrati.

Vetiver Italia si è più volte fatto avanti con idee e soluzioni efficaci ed a basso costo al fine di avviare un sistema di prevenzione nazionale o mirato del dissesto idrogeologico, ci siamo messi in contatto con la Protezione Civile avanzando ipotesi e tipologia di intervento. Ciò è avvenuto almeno cinque anni fa e stiamo ancora aspettando una risposta.

Nel frattempo piove……e continuerà a piovere….

FITO DEPURAZIONE E CARBON SEQUESTERING

In un precedente post, VETIVER, KYOTO E 2020, avevamo trasformato vecchi dati di produttività in dati relativi alla capacità del Vetiver di incorporare CO2. Tali dati di produttività erano ampiamente e consapevolmente sottostimati in diversi modi, ricapitolo: nessuna concimazione, sesto di impianto non ottimale, taglio effettuato ad una altezza non ottimale.

Oggi, il dato di produttività è stato aggiornato alla luce dell’esperienza maturata in questi anni: dal 2012 abbiamo abbandonato le concimazioni chimiche, abbiamo introdotto le biotecnologie ed abbiamo cominciato ad utilizzare regimi irrigui più idonei.

Il test ha riguardato un metro quadro di coltivazione, il taglio è stato effettuato a livello del suolo ed ha riguardato piante di dodici mesi esatti derivate da materiale cresciuto “in vitro”.

Il precedente test, del 2008, aveva dato un valore di 6,060g per mq, con un totale di Carbonio (20,5% del Tal Quale) pari a 1242g per mq.

Il potenziale di Carbon Sequestering si attestava dunque 4559g per mq di biomassa, stante un fattore di conversione pari a 3,67 dovuto alla percentuale di Carbonio presente.

Oggi, con l’utilizzo di un mix di biotecnologie, la biomassa pesata al taglio è stata pari a 9Kg per mq; un incremento di quasi 3Kg secchi per metro quadro con un potenziale di Carbon Sequestering di 6771g/mq.

Il dato ovviamente riguarda, come al solito, solo il primo di almeno tre possibili tagli, e non considera affatto l’apporto di Azoto che la biomassa riceverebbe nel caso in cui le piante venissero utilizzate per lo smaltimento di percolato.

Decisamente buono.

LA PIROLISI ED IL VETIVER

pirogassificazionesg1In Italia non sono ancora molti gli impianti pirolitici e, a dire il vero, è una tecnologia ancora poco conosciuta, sebbene non sia proprio di recentissima sco
perta. La pirolisi, o piroscissione, non è altro che la decomposizione molecolare di materiale organico per effetto del calore. Quando il materiale organico è il petrolio si parla più propriamente di piroscissione o cracking.

La Pirolisi è un particolare processo in assenza dell’agente ossidante (ossigeno) nel quale avviene la decomposizione termochimica di materiali di natura organica. Tale processo avviene essenzialmente fornendo del calore al materiale da trattare, in modo da fornire l’energia necessaria per rompere alcuni legami chimici all’interno delle molecole complesse e trasformarle in molecole meno complesse. Durante tale processo, la completa assenza di ossigeno permette di impedire reazioni di ossidazione, le quali porterebbero alla formazione di composti ossidati, “ultimo e stabile step” delle reazioni di combustione, ed a questo punto non vi sarebbe differenza alcuna con un processo di combustione tradizionale.

Il termine “dissociazione” è in realtà insufficiente a descrivere l’insieme delle reazioni che avvengono durante il processo di piroscissione, in quanto esse sono un insieme di reazioni di dissociazione e riassociazione, ed inoltre anche nelle reazioni di combustione avvengono reazioni di dissociazione, pertanto è importante non utilizzare tale classificazione delle reazioni per indicare genericamente un impianto di pirolisi.

La Pirolisi permette di utilizzare biomasse non completamente secche e perciò meno costose in termini energetici ed economici.

Possono essere utilizzate biomasse inquinate senza che vi sia trasferimento di inquinante ai fumi di scarico.

La Pirolisi è esporre la biomassa ad alte temperature (600-700 gradi) per ottenere così un misto di idrogeno e metano, questo è il syngas, carburante dei motori accoppiati ai generatori di corrente.

Il salto tecnologico ha generato una nuova classe di impianti di piccola e piccolissima taglia che permettono di autoprodurre il carburante, da terreni inquinati, a filiera corta cioè l’impianto può essere dislocato nell’area inquinata e modificarne il destino sociale senza richiedere grandi superfici.

La Pirolisi produce come scarto di lavorazione delle ceneri che contengono l’inquinante estratto dal terreno ed anche circa il doppio della potenza elettrica erogata, sotto forma di calore (es. 100KW elettici con 220-240 KW termici), Se prendiamo in esame una qualunque area depressa ed inquinata, vediamo che con solo 10 ettari (Ha) di terreno perduto alla coltivazione del cibo possiamo alimentare una piccola zona industriale, depurando il terreno per restituirlo alla sua giusta destinazione e riportando investimenti e lavoro laddove più se ne ha bisogno.

Il ciclo annuale di questi impianti è di 8000 ore, la necessità annuale di carburante è di 800 Ton.

Se il primario interesse, un giorno, dovesse essere quello del ripristino dei terreni perduti, questa sarebbe la strada giusta da intraprendere, ottenendo già da subito una ripresa economica che può cambiare il destino di molti.

La capacità delle piante di vetiver di produrre grandi quantità di biomasse e la velocità con cui queste si rigenerano, anche senza apporti idrici, è chiaramente dimostrata. (Basta guardare la documentazione riportata sul sito http://www.vetiveritalia.it/).

Per essiccare la biomassa, è sufficiente lasciarla a terra tre o quattro giorni: la biomassa deve essere raccolta, contestualmente trinciata e trasferita su mezzi che la riportino in un sito adatto all’essiccazione.

I costi connessi ai mezzi, alle strutture, allo spazio di stoccaggio ed alla manodopera necessari per operare in questo senso, possono essere facilmente bypassati operando scelte diverse: qualora le siepi fossero disposte in spazi diversi, non necessariamente legati alla proprietà dell’impianto di trasformazione, ma diffuse in comprensori dove operano funzioni diverse, legate alla lotta alla desertificazione ed alla sostenibilità degli ambienti agricoli, si perseguirebbe un molteplice beneficio con una sola scelta politica, incentivando la piantumazione e legando i fornitori con vincoli di conferimento di semilavorato già imballato e pronto alla trasformazione. In questo modo vi sarebbe la sola necessità di stoccare rotoballe in attesa di trasformazione ed utilizzare il calore di risulta della trasformazione stessa per finalizzare l’essiccazione del prodotto che di li a poco verrà trasformato. I risparmi sono evidenti.

Per avere la certezza dei costi di approvvigionamento nel tempo e slegare le forniture dalle variazioni del mercato, rendendo sostenibile la pratica della trasformazione delle biomasse in energia, queste vanno prodotte, acquistate e trasformate in loco secondo logiche di “Filiera Corta”.

Il vetiver consente, data la sua particolare fisiologia, di unire la produzione di biomasse ad altri utilizziche siano di beneficio al territorio di applicazione: è infatti ben nota la capacità delle piante e del design applicativo delle siepi vegetative di controllare i sedimenti strappati dagli eventi meteorici (di crescente impatto) e di infiltrare nelle falde grandi quantità di acqua altrimenti perduta migliorandone la qualità e rilasciandola gradualmente aumentando la percentuale di umidità presente nel terreno.
Risulta perciò particolarmente interessante lo sviluppo di progetti che vedano l’applicazione delle siepi vegetative in ampi tratti di territorio soggetto a desertificazione, per il miglioramento dell’ambiente agricolo unito alla produzione di biomasse (vedi la sezione Sostenibilità Agricola).

Allo stesso modo, data la capacità delle piante di estrarre da suolo e acqua grandi quantità di inquinamento, risulta molto interessante per unire la produzione energetica intensiva al fitorimedio ed alla fitodepurazione.

L’inquinamento intrappolato nella biomassa delle piante di vetiver chiaramente non potrà essere rimesso in atmosfera bruciando o disperdendo il prodotto, ma trasformarlo tramite pirolisi veloce consente di comprimere notevolmente l’inquinamento concentrando nello scarto (biochar) gli inquinanti da trattare come rifiuto speciale. Già oggi sono disponibili sul mercato brevetti che le aziende utilizzano per realizzare impianti di questo tipo.

 La pratica di estrarre l’inquinamento dal terreno e dalle acque è estensivamente utilizzata all’estero per recupero di acque reflue, scarti mineraridiscariche esaurite e smaltimento del percolato da esse prodotto.
Specialmente le acque reflue civili ed industriali appaiono particolarmente interessanti per produrre biomassa, data la concentrazione di Azoto e Fosforo che, rimesso in circolo inquina falde e terreni, ma ha un enorme potenziale per la produzione di biomassa in ambiente idroponico o tramite assorbimento in aree umide artificiali.

IL NECESSARIO PERCORSO DELLA QUALITA’

Di recente, presso la presidenza del Network internazionale, in qualità di rappresentanti italiani, abbiamo sollevato una questione che a nostro parere non è affatto secondaria: la qualità degli interventi che vedono il Vetiver protagonista. La nostra idea di diffondere la conoscenza del metodo e la disponibilità del materiale vivo sul mercato, hanno nel tempo generato una classe di applicatori improvvisati, autonominati e un po’ raffazzonati. Tali esperti di Sistemi Bio Ingegneristici, hanno prodotto lavori scadenti e gettato, in ultima analisi, discredito più sul Sistema Vetiver che su se stessi quali professionisti.

Vi sono perfino “professionisti del vetiver” che applicano singoli getti di pianta, quando dovrebbero essere almeno tre, distanziati di 20cm tra loro sulla fila, che non potranno mai produrre la chiusura della siepe nell’arco di una stagione di coltivazione; ho visitato un sito così sistemato ed osservato i danni prodotti dal suo cedimento…..Non possiamo fare altro che mettere in guardia il lettore circa la professionalità di altri applicatori, e sperare nella Provvidenza che piova poco.

In ogni caso è ormai necessario, secondo me, prevedere anche la reperibilità di professionisti opportunamente addestrati nei vari campi di applicazione aggregandoli attorno al Vetiver Italia Network: Geologi, Ingegneri, ecc, che sappiano consigliare nel merito dei lavori da intraprendere.

Una parola va spesa sulla pianta e la sua origine: comunque la si voglia chiamare, miracolosa, santa o tecnica, la pianta di Vetiver resta una pianta tropicale.

Alcuni, per tentare di screditarci indicano un limite di tolleranza al gelo di -5 gradi Centigradi. Bugie belle e buone: nel veronese, nel 2011 abbiamo toccato i -25 e non abbiamo perso nemmeno una pianta; forse chi fa queste affermazioni non è al corrente degli accorgimenti agronomici che correntemente si utilizzano per prevenire la morte per gelo, oppure la varietà di piante che queste persone utilizzano, diversa dalla Monto che utilizziamo noi, è meno tollerante, non so, resta il fatto che il limite certificato di questa pianta è precisamente -13 gradi Centigradi, misurati a 10 cm di profondità, punto. In pratica condizioni da Permafrost.

 La origine tropicale della pianta, non ostante la sua grandissima capacità di adattamento, produce comunque un periodo di dormienza che nei nostri climi va da Novembre a Maggio (in base a fattori climatici, esposizione, ecc. questo dato varia). Il non tenere conto della ridotta capacità evapotraspirativa nel periodo invernale, ferme restando le sue performances a livello radicale e fuori terra, significa non tenere affatto conto delle grandissime variazioni di peso del pendio nelle diverse stagioni. Questo si che è un pericolo!

 Abbiamo inoltre notato che, rispetto ad altre varietà, la Monto tende a NON FIORIRE, se non in alcuni casi molto particolari, anche questa è una garanzia di migliore performance in quanto la fioritura assottiglia l’apparato radicale ed il fogliame della pianta, diminuendo la resistenza al taglio dei pendii di applicazione e la capacità della siepe vegetativa di contrastare il flusso di acque o di trattenere il sedimento in tale periodo. Anche qui, accorgimenti agronomici sono utili per tenere sotto controllo il ciclo vitale della pianta.

 Abbiamo nel tempo visto che anche come la pianta viene fornita, ha un peso rilevante nella riuscita del progetto: la dimensione minima, la qualità di produzione, il trasporto, sono fattori dirimenti. Non basta caricare nel bagagliaio dell’automobile due ceppaie di Vetiver per risolvere il problemi generati dal dissesto, il materiale di partenza deve essere garantito, salvo la sua sostituzione qualora non attecchisca. Questa condizione di trasparenza deve essere pretesa sempre, qualora il progetto sia condotto da un applicatore serio; nel caso il committente voglia condurre da se i lavori, comunque il materiale vivo deve essere garantito per avere dimensioni minime e filiera produttiva adeguata.

LIDO DI VENEZIA, UNA STORIA DI SUCCESSO

Il flusso delle maree ed il continuo movimento delle acque, anche nella Laguna di Venezia, generano una continua erosione delle sponde dei canali.

I residenti ben sanno quanto lavoro sia necessario per cercare di conservare al meglio le sponde su cui si affacciano i loro terreni.

Sull’onda dell’esperienza di Jack Bertel, nello stato della Louisiana dove dopo il passaggio dell’uragano Isaac, le sponde delle paludi salmastre nella Plaquemines Parish sono state protette con siepi di vetiver, abbiamo voluto fare un tentativo per verificare che la pianta potesse tollerare una situazione di elevata salinità congiuntamente ad un clima ben diverso dalle calde ed umide sponde del Delta del fiume Mississipi.

Siamo stati contattati da due residenti del Lido di Venezia per valutare insieme il da farsi e la possibilità di utilizzare questo metodo per risolvere il problema; abbiamo utilizzato l’ultima parte dell’inverno per la piantumazione: lo stato di dormienza della parte aerea della pianta, e lo stato di limitata attività radicale della parte sotterranea, hanno permesso un graduale adattamento del vetiver all’ambiente lagunare.

Al risveglio vegetativo infatti, le piante, erano già a conoscenza della nuova situazione climatica ed ambientale e non hanno mostrato alcun sintomo di stress.


A tre mesi esatti dalla piantumazione, la vegetazione si presenta normalmente sviluppata e la parte radicale già esercita una forte presa su tutta la sponda bagnata dalle acque salmastre. Poco dopo l’inizio del periodo di crescita della vegetazione, una recrudescenza del clima con freddo e forti venti, ha danneggiato parzialmente la crescita; in breve tempo, con il migliorare del clima le piante hanno prodotto sempre più verde e migliorato la tenuta sulla sponda.

 Il commento dei committenti:

 Ecco come si presenta la siepe di Vetiver a tre mesi esatti dalla messa a dimora qui al Lido di Venezia.

Considerato che il vento ha ripetutamente piegato le giovani foglie nella fase iniziale di vegetazione – con conseguente frattura e successivo disseccamento della parte finale – la giovane siepe ci sembra ben avviata al suo lavoro di protezione dall’erosione della sponda del canale.

Ti segnaliamo con gratitudine che TUTTE le tue piantine messe a dimora il 14 marzo scorso hanno germogliato e fanno la loro parte.

Ti terremo aggiornato. Un cordiale saluto.

La mortalità fisiologica di un impianto di vetiver si aggira intorno al 10%. Considerando la recrudescenza del clima e la situazione molto particolare dell’applicazione, posso serenamente affermare che questo è un grande successo. Ho chiesto ai committenti di non effettuare concimazioni fino a che le piante non fossero abbastanza sviluppate, cioè fino a questo momento (tre mesi) anche per verificare la tenuta e la velocità di attecchimento delle piante al netto di qualunque aiuto.

Soprattutto questo dato deve far riflettere, mettendo in prospettiva le migliaia di chilometri di sponde e litorali soggetti ad erosione, e le centinaia di infrastrutture presenti su di esse, tutte minacciate dalla furia del mare e spesso da ricostruire interamente, tutte sono collocate in situazioni simili e tutte possono beneficiare da questa applicazione pilota effettuata sulle coste italiane.

E che finalmente si consideri la versatilità e l’economicità del vetiver anche in questo ambito.

Il Vetiver e l’agricoltura.

La Sostenibilità di una Pianta, dalla Biomassa, alla Depurazione delle Acque, alla lotta contro il dissesto idrogeologico verso un’Agricoltura Sostenibile.

Il vetiver è una pianta nota a molti per il suo eccezionale profumo. Oltre che nell’industria profumiera, dove è usata come fissativo e per i suoi poteri calmanti, essa ha applicazioni incredibili. I benefici di questa magnifica pianta abbracciano diversi ambiti, essa è in grado di risolvere problemi ambientali, risollevare settori economici e creare ricchezza per il territorio.

Il Vetiver, (Chrisopogon zizanioides Lin) è una pianta erbacea perenne di origine subtropicale presente in tutti i continenti, anche nel bacino del mediterraneo, a partire da circa 2000 anni fa. E’ una pianta di palude, ma resiste bene in ogni ambiente, incluso il deserto, dove può essere impiegata per rendere stanziali le dune mobili.

Le applicazioni del Vetiver sono molteplici. Utilizzata in agricoltura, questa pianta limita l’apporto di fito-farmaci ed aumenta la quota di acqua di falda presente sottoterra, abbattendo la quantità di sedimento trascinato dai campi ai fiumi e al mare, che è causa di penetrazione della chimica agricola nella catena alimentare.

Questa pianta possiede un apparato verticale radicale molto profondo (raggiunge e può superare i 5 metri) di rapidissima crescita, con radici sottili, omogenee e veramente resistenti (1/6 di un acciaio di media qualità), in grado di imbrigliare qualunque terreno. Il sottosuolo viene avviluppato completamente da queste radici come in una maglia fitta e molto resistente. Contrariamente a quanto avviene con altre piante, questo tipo di radici non crea tensioni o spostamenti, al contrario esse oppongono maggiore resistenza al cedimento, fino al 40% in più.

Le caratteristiche del vetiver sono straordinarie: resiste in terreni acidi e basici con pH compreso fra 4 e 12, in zone saline, in un intervallo di temperature molto esteso da – 10°C a + 60°C. Con questa pianta si possono consolidare scarpate stradali e ferroviarie, proteggere gli argini di torrenti e fiumi e ripristinare miniere esauste. Tutte queste opere sono antisismiche, e rispondono alla nuova normativa. Sistemando queste piante in dense file, poste parallele alle curve di livello, si consolida il terreno quando questo è franoso, come già accennato, grazie al suo apparato radicale particolarmente profondo ed importante, che lega insieme i diversi strati del sottosuolo, prevenendone lo scivolamento a valle, impedendo quindi alle acque piovane di scorrere liberamente in superficie trascinando via il terreno, ma costringendole ad infiltrarsi in profondità, ricaricando così le falde. Applicando le piante in siepi ne consegue un triplice beneficio: maggiore resistenza del pendio, azione di filtro dei sedimenti in superficie ed eliminazione dello scorrimento delle acque meteoriche, che produce l’erosione del pendio causandone il crollo. Le siepi vegetative devono essere sistemate a precise distanze secondo la pendenza presente: maggiore è la pendenza, più vicine dovranno essere tra loro le siepi. Le necessità di manutenzione o di cura e irrigazione sono molto limitate nel tempo e le siepi durano anche più di cento anni.

Il vetiver quindi è utile a prevenire il dissesto idrogeologico: le radici fanno filtrare nel terreno le acque in eccesso, impediscono loro di transitare contemporaneamente per una sola via discarico, generando alluvioni e smottamenti del terreno. In campo agricolo questo sistema di barriere si utilizza per prevenire la perdita di suolo in pendii coltivati, anche scoscesi, creando così le condizioni per un naturale terrazzamento che nel tempo modifica il territorio. Una delle migliori capacità di questa magica pianta è di prosperare in terreni dai più diversi valori di pHe terreni con elevati gradi d’inquinamento, difatti si applica per mettere insicurezza le discariche di rifiuti solidi urbani ed i cumuli di materiale di scarto delle lavorazioni minerarie. Come per i terreni, il vetiver è in grado di abbattere l’inquinamento delle acque, trattando scarichi fognari, reflui industriali e domestici, e dell’aria, incorporando enormi quantità di anidride carbonica. Questa piantina è capace di assorbire grandi quantità di elementi inquinanti e metalli pesanti. Dovunque esistano acque di scarto, diventa interessante la produzione di biomasse: parliamo quindi di introdurre il vetiver nei bacini di lagunaggio, presso gli impianti di depurazione, nelle fognature consortili e comunali, negli impianti con produzione inquinante. In tal modo si potrebbero riconsegnare acque pulite all’ambiente, dopo averle utilizzate per scopi produttivi. Il vetiver è proprio una pianta delle meraviglie!

Purtroppo il potenziale di applicazione di questa pianta è ancora poco noto al pubblico italiano, sebbene in paesi quali la Cina e l’Australia essa sia utilizzata da almeno un decennio per prevenire disastri, lottare contro erosione e desertificazioni.

Lo scopo di quest’articolo è di informare su soluzioni verdi in grado di risolvere i diversi problemi che affliggono il nostro paese, quali il dissesto idrogeologico e l’inquinamento, divulgando la possibilità di realizzare impianti con il vetiver, che rappresentino la soluzione per tali questioni. Parliamo di bio-ingegneria ed essa costa molto meno dei muri di contenimento di cemento armato, è dinamica ed adattabile nel tempo, più duratura e crea lavoro perché richiede manodopera locale, generando notevoli risparmi rispetto ai sistemi in cemento.

La lotta alla desertificazione, mai affrontata in maniera coordinata ed innovativa, come la lotta all’erosione e dal dissesto risultante, così come l’aumento di produttività del settore agricolo e la lotta all’inquinamento sono tasselli che, in un disegno strategico, possono portare notevoli risultati migliorando ampi ambiti territoriali. L’india, l’Etiopia e la Nigeria per combattere il problema delle coltivazioni, per combattere l’aridità del suolo e l’erosione dei terreni utilizzano i lvetiver.

Il vetiver contribuisce anche a risolvere le avversità delle colture di mais e sorgo, contrastando la tendenza precedente di perdita di fertilità, principalmente dovuta all’estensiva deforestazione, eccesso di pascolo e sfruttamento del terreno con pratiche colturali sbagliate. I risultati hanno chiaramente dimostrato un aumento delle rese agricole ed un calo dei costi di gestione abbattendo l’utilizzo di fitofarmaci.

Elencate le infinite potenzialità di questa pianta e mostrati tutti i benefici che essa apporta nell’ambiente, si ritiene opportuno l’avvio di un piano strategico finalizzato all’utilizzo di siepi vegetative di Vetiver. L’impiego delle siepi, inoltre, spinge l’agricoltore a mutare le pratiche di coltivazione, limitando l’utilizzo di arature profonde che disgregano la struttura fisica del terreno, ostacolano la formazione di humus nello strato superficiale e determinano perdita di suolo per erosione e di fertilità per ossidazione. Infatti la dislocazione delle siepi vegetative sulle curve di livello ostacola fisicamente il passaggio delle macchine per queste pratiche distruttive.

I dati dimostrano che le siepi vegetative incrementano la produttività del settore agricolo mentre, come sottoprodotto producono biomassa, fornendo quindi redditi aggiuntivi per gli agricoltori, da anni in crisi sistemica, ed energia per attrarre investimenti.

In Italia il lavoro di sperimentazione e ricerca sulle tecnologie Open-Source collegate al Vetiver è portato avanti da Vetiver Sardegna. Marco Forti, in maniera volontaria, si occupa da anni dell’informazione e coltivazione di questa pianta documentando il suo lavoro sul blog Diario della Coltivazione. (Per info: http://www.vetiveritalia.net/)

Ilaria Mariani

Il “Non Fare” in agricoltura. La Permacultura

Partendo dal significato stesso della parola, la permacoltura (o nell’accezione più ampia, permacultura) significa cultura agricola permanente. Se si entra più nel merito, essa comprende un sistema di progettazione teso alla sostenibilità e all’autosufficienza che riguarda piante, orti, terreni e infrastrutture da fattoria. Inoltre, attraverso un approccio sistemico alla realtà, essa studia le relazioni tra i vari elementi che la compongono valorizzandone le peculiarità e mirando a creare dei sistemi di massima efficienza e di minimo impatto ambientale. I padri di questa “visione” delle cose hanno sperimentato metodi partendo da una poetica (e scientifica) fiducia nella natura e nei processi naturali: Masanobu Fukuoka, Emilia Hazelip, Bill Mollison, David Holmegren,

sono i principali nomi di riferimento. Partendo dall’osservazione di ciò che avviene spontaneamente in natura essi, a partire dalla metà degli anni’70, hanno sviluppato un’idea rivoluzionaria: un’agricoltura in armonia con la natura stessa, che non utilizza tecnologie e non produce inquinamento, un’agricoltura che è stata definita “l’agricoltura del Non Fare”.
Vetiver e Permacoltura
“Ho conosciuto la permacoltura per la prima volta nel 1990 in Australia” racconta Marco Forti coordinator del vetiver network italiano dal 2008 (http://www.vetiveritalia.it/). Marco, che da anni studia i metodi di applicazione del vetiver, tiene a suggerirci un grande vantaggio che questa pianta eccezionale può apportare ad una pratica tanto rivoluzionaria quanto ancora poco diffusa nel nostro Paese. “La permacoltura necessita di grandissime quantità di pacciame che spesso è pieno di semi di erbe indesiderate” spiega Forti, “quindi ci si trova a dover scegliere se utilizzare diserbanti antigerminativi”. Questo pacciame che normalmente è di paglia, serve per proteggere il terreno dagli agenti disgreganti e favorire lo sviluppo della vita al disotto di esso. “Data la durabilità della paglia e del suo costo per ottenerla”, continua Marco “doverla ripristinare spesso è abbastanza una seccatura che può essere evitata”. Nel design che la permacoltura applica, si utilizzano barriere protettive per favorire lo sviluppo di coltivazioni pregiate: “suntraps” ossia semicerchi aperti verso il percorso del sole che schermano le piante pregiate in inverno e producono pacciame (o energia) nella stagione estiva. La paglia di vetiver ha una durabilità eccezionale ed un’ottima resistenza alla marcescenza. Continua a spiegarci Marco che “è frequente il suo uso per i tetti delle capanne” e conclude considerando che “questo può essere un buon risparmio di tempo, denaro, fatica e carburanti fossili per il permacultore”. Per maggiori informazioni potete approfondire le conoscenze a riguardo visitando il sito: http://www.vetiveritalia.net/?p=38.
Concludendo possiamo affermare con certezza che le applicazioni del Sistema Vetiver sono molteplici e tutte richiedono DESIGN e dimensionamenti diversi, la prima che fu sviluppata è stata quella concernente il DISSESTO IDROGEOLOGICO ottenuta unendo la fisiologia al design, si notò poi che la pianta, essendo una pioniera, aveva una particolare tolleranza alla siccità pur essendo una pianta palustre ed aveva la capacità di sopravvivere in ambienti estremi; si cominciò dunque una serie di esperimenti sulla tolleranza all’INQUINAMENTO. Alla fine degli anni ’80, i risultati furono stupefacenti; in seguito, i primi nuclei di movimenti per l’ambiente e per la decrescita, in particolare Bill Mollison e la sua PERMACOLTURA, applicarono il Vetiver alla SOSTENIBILITA’ per l’ottenimento di ambiti agricoli polifunzionali e a basso input di manodopera; oggi il vetiver rappresenta una risposta concreta al bilancio dell’agricoltura coniugando la sostenibilità economica all’ambiente. Ultimamente, la necessità di indirizzare maggiore attenzione al campo della filiera energetica ed un più ampio spettro di ipotesi, è nata l’idea che si possano coniugare diversi ambiti di applicazione utilizzando la tecnologia: le BIOMASSE, specialmente quelle derivate da opere di disinquinamento, costituiscono un sottoprodotto che può divenire il protagonista economico della filiera energetica rinnovabile.
Ilaria Mariani

Micorrize Arbuscolari, Glomalina e fitorimedio dei terreni inquinati da Metalli Pesanti con il Vetiver

Le Micorrize Arbuscolari sono associazioni simbiotiche che si stabiliscono tra migliaia di specie di funghi del suolo e le radici della maggior parte delle piante terrestri (Smith & Read, 1997). Le piante ospiti e i funghi simbionti interagiscono con mutuo beneficio: i funghi colonizzano le radici ottenendo composti del carbonio che sono incapaci di sintetizzare, mentre le piante ricevono minerali nutrienti assorbiti e traslocati dall’estesissima rete ifale extraradicale che, partendo dalla radice micorrizata esplora il terreno circostante (Giovannetti & Avio, 2002; Giovannetti et al., 2001).

I funghi micorrizici arbuscolari (AM) giocano quindi un ruolo cruciale negli scambi nutrizionali tra pianta e suolo e condizionano non solo l’assorbimento di nutrienti e micronutrienti ma anche di elementi tossici da parte della pianta (Giovannetti & Gianinazzi-Pearson, 1995). Nei suoli inquinati da metalli pesanti numerose esperienze indicano che i funghi AM influenzano in più modi il processo di ripristino, modificando l’assorbimento e/o alleviando gli effetti della tossicità del metallo inquinante (Leyval et al., 1997). (Cit.)

Le Micorrize sono essenzialmente dei filamenti (ife) che sostenendosi alle radici della pianta ospite, pervadono il terreno circostante, sondandolo progressivamente alla ricerca di nutrimento.

La glomalina è una glicoproteina prodotta in grande quantità dai funghi micorrizici arbuscolari (AM). Nei suoli, la quantità di glomalina è risultata essere correlata con i principali parametri di fertilità.(…)

 Analisi di laboratorio hanno evidenziato una cospicua affinità della glomalina con il ferro ed una sua spiccata capacità di legarsi ai metalli pesanti; in condizioni normali tali elementi vengono sfruttati dalla pianta associata per le proprie funzioni metaboliche mentre in terreni seriamente contaminati, la glomalina sequestra efficacemente i metalli dal terreno  per poi trasferirli nella pianta ospite se questa è in grado di tollerarli: tanto più elevata la tolleranza della pianta ospite, tanto maggiore la quantità di elementi estratti.

L’immobilizzazione di metalli in una frazione proteica altamente stabile quale la glomalina può avere notevole significato (…) nell’alleviare la tossicità dovuta ad un eccesso di metalli. Il metallo contenuto nelle GSRP (Glomalin Related Soil Protein) può rappresentare un sistema in grado di evitare la perdita per dilavamento [dei metalli contenuti nel suolo ed il loro percolamento in falda (NdR)]. La glomalina del suolo, grazie al suo lungo periodo di turn-over [ persistenza nel suolo NdR.], agirebbe in questo senso come sistema trappola in grado di immagazzinare (…) i nutrienti minerali immobilizzandoli. (Cit. Op. prec.):

http://www.vetiver.org/ICV4pdfs/EB26es.pdf

In questo test di applicazione condotto in Venezuela, si è valutata la capacità del Vetiver di ospitare colonie di Micorrize, quindi la sua micotrofia.

 Al fine di osservare la presenza di Micorrize Arbuscolari nelle piante di Vetiver presenti in sito, si sono prese in esame due parcelle di un pendio, una con piante di due anni ed una con piante di cinque anni di età. Ogni parcella è stata ulteriormente divisa in tre sotto parcelle su cui si sono concentrate le analisi di presenza e quantità di spore di Micorizze Arbuscolari ( Numero di spore di funghi Glomus/100g di terreno) e la presenza delle Micorrize nelle radici del Vetiver (% di micorizzazione della radice).

I risultati ottenuti indicano che le parcelle con piante di due anni ospitavano 138 spore/100g di terreno, (si è volutamente ricercata la presenza di due sole tipologie differenti di spore, rappresentative di altrettanti generi); in queste condizioni le piante di Vetiver hanno mostrato il 46% di colonizzazione da Micorriza Arbuscolare.

Le piante di cinque anni, hanno presentato nella rizosfera 474 spore di funghi Glomus/100g di terreno, le radici hanno mostrato il 66% di colonizzazione.

Le parcelle hanno mostrato la presenza di cinque tipologie differenti di spore mentre le spore del genere Gigaspora sp. non era presente nelle piante di due anni.

È da notare come in soli cinque anni trascorsi dalla piantumazione, il Vetiver abbia mostrato una elevata colonizzazione percentuale da Micorrize, (elevata micotrofia), tenendo conto delle dimensioni massive e della profondità di penetrazione dell’apparato radicale del Vetiver, viene spontaneo candidare il Vetiver a “Pianta Ospite” di elezione per il fitorimedio dei metalli in terreni anche fortemente inquinati.

La naturale micotrofia della pianta va valutata con l’aumento nel tempo di ambedue i parametri esaminati.

La naturale capacità di rimedio delle radici del Vetiver e la capacità delle Micorrize di immobilizzare gli inquinanti presenti nel terreno, può vedersi potenziata e velocizzata tramite l’utilizzo di appositi inoculi ed attivatori che favoriscano la pronta colonizzazione della rizosfera della pianta da parte delle Micorrize, al fine di ottenere in tempi molto brevi un risultato di “messa in sicurezza” di siti fortemente inquinati o troppo vicini all’ambito umano, laddove sussista un rischio di penetrazione degli inquinanti nelle falde e nella catena alimentare.

Abbiamo condotto un semplice test:  ( http://www.vetiveritalia.net/?p=559 )

abbiamo tentato di fare attecchire una pianta di Vetiver in un contenitore a fondo chiuso in cui era stata sistemata della perlite; a distanza di quattro giorni abbiamo aggiunto un litro di soluzione ottenuta da un impianto di verniciatura contenente i seguenti inquinanti:

1) 4% – 8% 2-butossietanolo.

2)1%-3% N-Metil-2-pirrolidone.

3)0.5% – 2% 2-(2-etossietossi)etanolo.

4)1%-3% Glicole propilenico.

5)1% – 3% Dipropilen glicol n-butil etere.

6) dietileneglicol(mono)butiletene.

7)1 -3% 2-(2-butossietossi)etanolo.

8)30% – 40 % Etanolo.

9)80%- 85% Poliisocianato alifatico.

10)15%-20%Acetato di 1-metil-2-metossietile.

11)0,1%-0,2% Esametilen-1,6-diisocianato.

A distanza di 10 giorni abbiamo documentato un avvizzimento degli apici delle foglie che progrediva verso la base della pianta, poi un totale avvizzimento dei nuovi getti. A questo punto abbiamo aggiunto degli attivatori ed inoculato delle Micorrize. In pochi giorni il processo degenerativo è giunto ad una stasi, segno che la pianta aveva ottenuto dagli attivatori la necessaria interposizione tra apparato radicale ed inquinante, in breve tempo la crescita attiva della pianta è ripresa e la vernice presente nel contenitore è stata assorbita tutta.

Una ulteriore dose di vernice è stata fornita in seguito ma non si sono più notati effetti di tossicità sulla pianta.

Questa esperienza testimonia sia della efficacia delle Micorrize Arbuscolari di immobilizzare l’inquinante, sia della capacità del Vetiver di gestire forti quantità di inquinamento industriale.

 I prossimi passi saranno una serie di test di laboratorio, in parte già avviati, per determinare precisamente il fattore di evapotraspirazione del Vetiver nel nostro clima, e la capacità di abbattimento di BOD e COD, tenendo conto del fattore stagionale che influenza il rendimento nei mesi di stasi vegetativa della pianta.