Fitodepurazione e Ricerca

Anche quest’anno voglio chiudere con un bilancio obbiettivo dei risultati ottenuti: considerando il posizionamento geograficamente difficoltoso dei siti produttivi ed i costi connessi all’essere presente laddove si utilizzano le piante che produciamo, quest’anno abbiamo deciso di spingerci maggiormente in campi che consentano una rapida consegna di prodotti ( e-commerce) e che questi siano dei “prodotti finiti”, che consentano cioè una applicazione molto rapida, di sicuro successo nell’attecchimento e con minima necessità di consulenza, se non nella fase progettuale.
Abbiamo individuato due aree di lavoro che ci danno questa possibilità: al dissesto idrogeologico, nostro “core business” da sempre, migliorato con prodotti radicati e micorizzati che abbattono decisamente i costi di posa ed i tempi di ingresso a regime, abbiamo aggiunto la fitodepurazione; non tanto nelle sue necessità progettuali, che per noi sono difficili da seguire in fase di realizzazione, ma piuttosto nel migliorare un prodotto specifico già esistente, l’ Isola Verde Galleggiante, che si applica ovunque vi sia un accumulo di acqua la cui qualità vada preservata o migliorata, sia esso un invaso per scopi agricoli o di allevamento, un terzo stadio di affinamento derivante dalla depurazione di reflui, oppure anche un sistema di fitodepurazione a se di tipo a flusso superficiale (FWS), che necessita di ampie superfici poco profonde. A ciò si aggiungano i bacini di lagunaggio di acque reflue di procedimenti industriali quali la premitura delle olive, le acque di vegetazione, molto ricche di molecole organiche, costose da demolire ed inquinanti in fognatura e nell’ambiente; in ognuno di questi casi e molti altri è possibile con poca spesa, migliorare o mantenere la qualità dell’acqua. Il concetto di base dell’Isola Verde Galleggiante è molto semplice e già noto: il film batterico aerobico associato alle radici fluttuanti è nutrito dall’ossigeno fornito dalle piante, sono i batteri ad assorbire gli elementi e a trasformarli in nutrimento che la pianta estrae; in più se la pianta è in grado, come in questo caso, di tollerare grandi quantità di elementi, il sistema è inseribile in situazioni anche molto compromesse.

Noi sappiamo anche che il film batterico che opera questa trasformazione è presente nel substrato su cui la pianta si ancora e prospera, per cui abbiamo visto la possibilità di migliorare l’azione di depurazione inserendo nelle Isole Verdi Galleggianti un particolare substrato misto, addizionato di biotecnologie, che aggiunga una notevolissima quantità di vita microbica all’intero sistema migliorandone la performance. Va aggiunto che essendo la pianta soggetta a dormienza invernale, l’aumento delle superfici interessate dal film batterico, produce una attività residua di filtraggio dell’intero sistema, molto più pronunciata in quei mesi in cui la pianta non opera attivamente.

In buona sostanza, ci sentiamo di aver molto migliorato una applicazione poco sfruttata ma decisamente utile ed economica, ed in più la abbiamo sottratta ad una logica artigianale che ne limitava decisamente l’applicazione utilizzando design pratici e robusti che consentano la durabilità nel tempo.

Insomma un anno proficuo di lavoro e riflessione; un buon anno.

(Photo courtesy of TVNI)

Nuovi prodotti per Fitodepurazione

LAGO

Resemina è già specializzata nel campo del recupero ambientale, soprattutto per ciò che riguarda il dissesto idrogeologico: abbiamo studiato e prodotto, primi in Italia, il potenziamento delle piante di Vetiver (con certificazione di sterilità) con biotecnologie, al fine di sviluppare impianti maggiormente efficaci e rendere unici i nostri progetti garantendo economicità dei costi per i clienti.

Adesso abbiamo deciso di ampliare i nostri orizzonti: partiamo sempre dal concetto base di recupero ambientale, costi ridotti e semplicità degli impianti per arrivare a costruire “isole verdi galleggianti” per impianti di fitodepurazione di laghi e canali. Lo scopo da raggiungere è quello di fornire ai nostri clienti un prodotto che sia in grado di depurare le acque  ed ossigenarle, nel rispetto della flora e della fauna presenti. Le “isole verdi galleggianti” sono efficaci, a costi bassi e belle da vedere: possono essere introdotte in ogni contesto lagunare senza intaccare il panorama esistente, non necessitano di manutenzione post-impianto e sono estremamente facili da allestire in situ.

Siamo in grado di fornire un vero e proprio kit scatola di montaggio, completo di spiegazioni, al fine di consentire ai clienti il corretto posizionamento e la corretta installazione.

A chi è dedicato questo nuovo prodotto?

E’ necessaria una premessa sul concetto di fitodepurazione: la fitodepurazione è un sistema di depurazione naturale delle acque reflue domestiche, agricole e talvolta industriali, che riproduce il principio di autodepurazione tipico degli ambienti acquatici e delle zone umide. L’etimologia della parola (phyto=pianta) potrebbe far ritenere che siano proprio le piante gli attori principali del processo depurativo, ma in realtà le piante hanno il ruolo fondamentale di creare un habitat idoneo alla crescita della flora batterica, adesa o dispersa, che poi è la vera protagonista della depurazione biologica. A livello internazionale gli impianti di fitodepurazione vengono chiamati “constructed wetlands” e possono essere utilizzati come trattamento secondario (cioè processo depurativo a valle dopo il trattamento primario) o come trattamento terziario a valle per il finissaggio delle acque.

Detto questo per sommi capi, il nostro prodotto di “isole verdi galleggianti” è dedicato a quanti si trovino nella necessità di migliorare la qualità dell’acqua in un invaso sia esso laghetto decorativo
, canale o sistema fitodepurativo a flusso superficiale (FWS), anche in presenza di fauna (ad es. laghetti da pesca sportiva, piscine naturali, etc.), senza intaccarne l’habitat o il panorama.

I materiali da noi utilizzati sono solidi e garantiti, le strutture possono essere ancorate al fondo o alle sponde  (in maniera da consentirne il controllo) e sono di gradevole design, le grandezze sono modulabili e le piante utilizzate sono autoctone o naturalizzate.

Abbiamo a disposizione due tipi di design di “isola verde galleggiante”: la prima con parte emersa in bamboo gigante permette anche un uso decorativo; l’altra più economica di tipo semi-sommerso.

Continuiamo a mantenere bassi i costi e forniamo progettazione gratuitamente.

Il Vetiver al Master per il Fitorisanamento

CaFoscariAll’inizio di Settembre, nella sede dell’Università Cà Foscari di Venezia, Marco Forti direttore di VETIVER ITALIA e consulente di RESEMINA SrL ha tenuto una lezione per gli studenti del Master di II livello in CARATTERIZZAZIONE E RISANAMENTO DEI SITI CONTAMINATI. La lezione di tre ore verteva sull’utilizzo del Vetiver per lo smaltimento di inquinamento NPK e sequestro di Metalli Pesanti nel substrato in associazione con biotecnologie.

Ne sono nati interessanti sviluppi per applicazioni di Fitorimedio di terreni contaminati da Arsenico in associazione con altre essenze iperaccumulatrici quali la Pteris Vittata e Smaltimento del Percolato di Discarica tramite fitodepurazione, in associazione con prodotti di attivazione fungo/baterica.CaFoscariRISANAMENTO

La lezione, opportunamente ampliata e corredata di visita a siti di interesse verrà replicata nel 2016 con una dotazione ampliata di ore (otto) ed un più stretto collegamento con docenti e studenti.

Per ottenere la presentazione della discussione della lezione, rivolgersi alla Società RESEMINA tramite la PAGINA DI CONTATTO.

Il lungo viaggio del Vetiver

Il lungo viaggio del vetiver, le prospettive di espansione, le scelte etiche e produttive: tutto ciò nasce da una volontà ben precisa di dare vita e seguito ad un progetto che non è solo legato alla pianta ed al “sistema vetiver” che caratterizza tutta la storia di cui parliamo. Ma, ben più importante, è la scelta di una azione di sviluppo dell’uomo legata alla terra, alla naturale relazione tra stagioni, territorio, comunità, produttori, installatori. Ad unirli la volontà di cercare mezzi idonei per combattere contro l’usura della nostra terra, contro l’inquinamento, contro lo sfruttamento e l’impoverimento dei terreni, contro l’abbandono di argini e sistemi fluviali, la progressiva modificazione delle condizioni climatiche. Ma da dove siamo partiti? Dove ha preso il via tutto quanto e come ci stiamo muovendo?

Vetiver Italia cresce attraverso l’impegno costante nella ricerca e nello studio della nostra prodigiosa pianta, con uno sforzo organizzativo ed economico che spesso supera le forze degli operatori. Marco Forti, Coordinatore Nazionale del Vetiver Italia Network e Senior Technical Consultant del “The Vetiver Network International” ha “conosciuto ” ciò che sarebbe entrato prepotentemente nella sua vita professionale e di scommessa per il futuro nostro e dei nostri figli, durante i suoi studi in Australia. L’incontro con uno dei massimi esperti del vetiver nel mondo,  Paul Truong, è stato il primo passo per iniziare una avventura che oggi si collega in maniera strettissima con tutte le altre  esperienze internazionali che fanno del vetiver un fenomeno unico mondiale. Truong,  direttore del Vetiver Consulting of Australia,  e     direttore tecnico del “The Vetiver Network International” è autore con Tran Tan Van e Elise Pinners del “Manuale tecnico di riferimento per l’applicazione del sistema vetiver”.  Con lui e con l’apporto quasi paterno di Dick Grimshaw, fondatore nel 1994 del  Vetiver Network International, attivo nell’uso del “sistema vetiver” dal 1986, Marco Forti ha preso coscienza e coraggio: coscienza di come realmente un nuovo mondo ed un nuovo modo di rispondere ai problemi che l’uomo crea alla natura, esistano; coraggio di rischiare su se stesso e di cercare di portare l’esperienza intercontinentale, specifica del “sistema vetiver”, anche nel bacino del Mar Mediterraneo, partendo dall’Italia, dalla Sardegna, dove nel frattempo Marco Forti si è stabilito e vive e lavora ancora oggi.

La Sardegna, posta al centro del Mediterraneo, punto di congiunzione tra Europa, Africa e Vicino Oriente, con il suo clima, il sole, la ricchezza di falde sotterranee, di terre ricche e terreni agricoli altamente produttivi; ma anche di zone distrutte dall’uomo, con miniere abbandonate, industrie dismesse, inquinamento da metalli pesanti, desertificazione incipiente. è risultata essere un perfetto laboratorio e polo produttivo per il vetiver. In venti anni di attività Vetiver Italia ha instaurato una rete di rapporti e di scambi che vanno dalla Grecia all’Olanda, al Kuwait. Ha collaborato con le prime forniture di piante alla nascita di Vetiver Spagna,  e proprio nella penisola Iberica instaurò un proficuo scambio di studi con l’Universidad Complutense di Madrid. Altri poli universitari hanno collaborato e collaborano con Vetiver Italia per progredite nella ricerca bio-ingegneristica nel pieno rispetto della natura e delle prerogative del vetiver: Ca’ Foscari, Perugia, il Politecnico di Milano sono istituzioni con le quali l’avvio di progetti e di confronti ha portato a realizzare esperienze come quella nella laguna di Venezia, per la protezione e ripristino degli argini lagunari.

Lido di Venezia

Ed in Italia grazie alla passione di vari installatori e di persone che hanno creduto nelle proposte di Vetiver Italia sono attive delle realtà come Vetiver Toscana e Vetiver-ProAmbiente:  lavorando in stretto rapporto le possibilità di espansione del “sistema vetiver” stanno dando frutti sino a pochi anni fa insperati in uno Stato, quello italiano, fortemente disattento nel cogliere le possibilità che vengono da chi mette al primo posto l’ambiente e la salvaguardia della terra. Oggi diversi enti pubblici, molte istituzioni private e centri di ricerca stanno apprezzando le grandi prospettive che il vetiver offre in tutti i suoi campi di applicazione.

Impianto realizzato da VetiverProAmbiente con Sistema Vetiver per il Comune di Rosciano per il contenimento di una scarpata a Villa S.Giovanni (PE)

Importante è lo scambio di informazioni e di esperienze che viaggia attraverso i siti internet di tante entità internazionali in Sud America, in Oceania, in Asia, perché nessuno si sente esclusivo proprietario delle sue scoperte e dei suoi successi, ma condividendolo is aumenta la coscienza della validità del “sistema vetiver”. Installazioni che offrono idee per salvaguardare un costone, bloccare frane o per depurare fiumi e stagni, per far incapsulare alla pianta i metalli pesanti, per creare vere piscine pubbliche laddove un tempo c’erano solo pozze inquinate e maleodoranti, tutto è messo in rete, dalla Colombia al Venezuela, all’Australia, all’Argentina, alla Spagna all’Italia.

Ed in Italia, da un anno, è attiva una società, RESEMINA, che ha deciso di andare oltre  dedicandosi alla ricerca di nuove frontiere e di nuove vie in ambito di fitodepurazione, fitorimedio, smaltimento del percolato, azioni di sostenibilità ambientale, contrasto del dissesto idrogeologico e tecnologie per la minimizzazione del rischio e la prevenzione del dissesto,  progetti di miglioramento delle rese agricole, attività di bio-edilizia. E tutto partendo sempre dal vetiver.

Aria di Primavera

primaveraTra qualche giorno entrerà in vigore l’ora legale: è il primo passo verso la sensazione di primavera in arrivo. Le giornate saranno più lunghe, il sole sarà più caldo, la natura si sveglierà dal torpore invernale in un lento cambiamento immutato nei millenni. Noi avremo lo stesso risveglio: avremo voglia di vedere i parchi fioriti, i balconi colorati, i prati verdi, il cielo azzurro e la luce calda di un sole sano. Ma mangeremo gli stessi cibi, respireremo la stessa aria e berremo la stessa acqua. Non è nelle immagini che cambia la sostanza: bisogna lavorare per recuperare l’ambiente dalle catastrofi provocate dall’uomo per arrivare ad ottenere quella “pulizia” fatta di cose concrete. Il dissesto idrogeologico deve cominciare ad essere combattuto adesso, l’anidride carbonica deve essere sottratta da subito, i terreni
contaminati devono essere posti in sicurezza con urgenza, le falde devono essere salvaguardate.
Le idee ci sono e sono tante, basta solamente avviare gli impianti dove necessario. I costi, continuiamo a dirlo, sono estremamente interessanti sia per i privati che per le amministrazioni locali: facendo un ipotetico peso fra investimento e benefici, la bilancia sarà assolutamente a vantaggio di questi ultimi. Continuiamo a scontrarci con la ostentata ottusità di certi burocrati, ma siamo certi che tutti i risultati che, fino ad oggi, si sono ottenuti ci faranno da biglietto da visita per i prossimi progetti. Il network mondiale è pronto a supportarci con ulteriori suggerimenti e spinte a migliorarci e stiamo aspettando il prossimo incontro in Vietnam per conoscere i risultati che, anche altri nel mondo, hanno raggiunto.
La primavera dovrà essere anche un cambiamento all’approccio degli interventi.

Il mondo accademico si avvicina

ricercaStudiamo il Vetiver da quasi venti anni: lo abbiamo testato, osservato, analizzato, stressato e tutto per poter raggiungere un livello di conoscenza che, fortunatamente, coincide con gli studi svolti in altre parti del mondo. Abbiamo investito molto sia in termini economici sia in termini di energie, per poter portare avanti la ricerca, per verificare come il Vetiver si è adattato al nostro clima.
Tutto questo è stato fatto perlopiù in sordina, in silenzio, aggiornando di volta in volta il Network Internazionale dei nostri successi.
Sapevamo, come lo sappiamo oggi, che il mondo accademico europeo era all’oscuro di tutto. Adesso è finalmente arrivato il momento tanto atteso: le Università si stanno approcciando timidamente, spinte dalla loro naturale curiosità verso le novità interessanti! Finalmente, lo ripetiamo, il mondo accademico ha deciso di “studiare” ciò che il Vetiver può fare e noi sappiamo che arriveranno ben presto alle nostre stesse conclusioni: da Trieste a Madrid a Venezia. Siamo estremamente fieri di essere arrivati a portare, anche nel mondo universitario, una pianta estremamente adattabile e polifunzionale, sterile, non invasiva, capace di recuperare danni ambientali, fitodepurare, bloccare l’erosione, bloccare metalli pesanti nelle radici, catturare anidride carbonica, entrare in sinergia con l’ambiente migliorandone la struttura ed aumentando la fertilità stabile del terreno, creare biomassa di ottima qualità e sopportare il fuoco!

FITO DEPURAZIONE E CARBON SEQUESTERING

In un precedente post, VETIVER, KYOTO E 2020, avevamo trasformato vecchi dati di produttività in dati relativi alla capacità del Vetiver di incorporare CO2. Tali dati di produttività erano ampiamente e consapevolmente sottostimati in diversi modi, ricapitolo: nessuna concimazione, sesto di impianto non ottimale, taglio effettuato ad una altezza non ottimale.

Oggi, il dato di produttività è stato aggiornato alla luce dell’esperienza maturata in questi anni: dal 2012 abbiamo abbandonato le concimazioni chimiche, abbiamo introdotto le biotecnologie ed abbiamo cominciato ad utilizzare regimi irrigui più idonei.

Il test ha riguardato un metro quadro di coltivazione, il taglio è stato effettuato a livello del suolo ed ha riguardato piante di dodici mesi esatti derivate da materiale cresciuto “in vitro”.

Il precedente test, del 2008, aveva dato un valore di 6,060g per mq, con un totale di Carbonio (20,5% del Tal Quale) pari a 1242g per mq.

Il potenziale di Carbon Sequestering si attestava dunque 4559g per mq di biomassa, stante un fattore di conversione pari a 3,67 dovuto alla percentuale di Carbonio presente.

Oggi, con l’utilizzo di un mix di biotecnologie, la biomassa pesata al taglio è stata pari a 9Kg per mq; un incremento di quasi 3Kg secchi per metro quadro con un potenziale di Carbon Sequestering di 6771g/mq.

Il dato ovviamente riguarda, come al solito, solo il primo di almeno tre possibili tagli, e non considera affatto l’apporto di Azoto che la biomassa riceverebbe nel caso in cui le piante venissero utilizzate per lo smaltimento di percolato.

Decisamente buono.

LA PIROLISI ED IL VETIVER

pirogassificazionesg1In Italia non sono ancora molti gli impianti pirolitici e, a dire il vero, è una tecnologia ancora poco conosciuta, sebbene non sia proprio di recentissima sco
perta. La pirolisi, o piroscissione, non è altro che la decomposizione molecolare di materiale organico per effetto del calore. Quando il materiale organico è il petrolio si parla più propriamente di piroscissione o cracking.

La Pirolisi è un particolare processo in assenza dell’agente ossidante (ossigeno) nel quale avviene la decomposizione termochimica di materiali di natura organica. Tale processo avviene essenzialmente fornendo del calore al materiale da trattare, in modo da fornire l’energia necessaria per rompere alcuni legami chimici all’interno delle molecole complesse e trasformarle in molecole meno complesse. Durante tale processo, la completa assenza di ossigeno permette di impedire reazioni di ossidazione, le quali porterebbero alla formazione di composti ossidati, “ultimo e stabile step” delle reazioni di combustione, ed a questo punto non vi sarebbe differenza alcuna con un processo di combustione tradizionale.

Il termine “dissociazione” è in realtà insufficiente a descrivere l’insieme delle reazioni che avvengono durante il processo di piroscissione, in quanto esse sono un insieme di reazioni di dissociazione e riassociazione, ed inoltre anche nelle reazioni di combustione avvengono reazioni di dissociazione, pertanto è importante non utilizzare tale classificazione delle reazioni per indicare genericamente un impianto di pirolisi.

La Pirolisi permette di utilizzare biomasse non completamente secche e perciò meno costose in termini energetici ed economici.

Possono essere utilizzate biomasse inquinate senza che vi sia trasferimento di inquinante ai fumi di scarico.

La Pirolisi è esporre la biomassa ad alte temperature (600-700 gradi) per ottenere così un misto di idrogeno e metano, questo è il syngas, carburante dei motori accoppiati ai generatori di corrente.

Il salto tecnologico ha generato una nuova classe di impianti di piccola e piccolissima taglia che permettono di autoprodurre il carburante, da terreni inquinati, a filiera corta cioè l’impianto può essere dislocato nell’area inquinata e modificarne il destino sociale senza richiedere grandi superfici.

La Pirolisi produce come scarto di lavorazione delle ceneri che contengono l’inquinante estratto dal terreno ed anche circa il doppio della potenza elettrica erogata, sotto forma di calore (es. 100KW elettici con 220-240 KW termici), Se prendiamo in esame una qualunque area depressa ed inquinata, vediamo che con solo 10 ettari (Ha) di terreno perduto alla coltivazione del cibo possiamo alimentare una piccola zona industriale, depurando il terreno per restituirlo alla sua giusta destinazione e riportando investimenti e lavoro laddove più se ne ha bisogno.

Il ciclo annuale di questi impianti è di 8000 ore, la necessità annuale di carburante è di 800 Ton.

Se il primario interesse, un giorno, dovesse essere quello del ripristino dei terreni perduti, questa sarebbe la strada giusta da intraprendere, ottenendo già da subito una ripresa economica che può cambiare il destino di molti.

La capacità delle piante di vetiver di produrre grandi quantità di biomasse e la velocità con cui queste si rigenerano, anche senza apporti idrici, è chiaramente dimostrata. (Basta guardare la documentazione riportata sul sito http://www.vetiveritalia.it/).

Per essiccare la biomassa, è sufficiente lasciarla a terra tre o quattro giorni: la biomassa deve essere raccolta, contestualmente trinciata e trasferita su mezzi che la riportino in un sito adatto all’essiccazione.

I costi connessi ai mezzi, alle strutture, allo spazio di stoccaggio ed alla manodopera necessari per operare in questo senso, possono essere facilmente bypassati operando scelte diverse: qualora le siepi fossero disposte in spazi diversi, non necessariamente legati alla proprietà dell’impianto di trasformazione, ma diffuse in comprensori dove operano funzioni diverse, legate alla lotta alla desertificazione ed alla sostenibilità degli ambienti agricoli, si perseguirebbe un molteplice beneficio con una sola scelta politica, incentivando la piantumazione e legando i fornitori con vincoli di conferimento di semilavorato già imballato e pronto alla trasformazione. In questo modo vi sarebbe la sola necessità di stoccare rotoballe in attesa di trasformazione ed utilizzare il calore di risulta della trasformazione stessa per finalizzare l’essiccazione del prodotto che di li a poco verrà trasformato. I risparmi sono evidenti.

Per avere la certezza dei costi di approvvigionamento nel tempo e slegare le forniture dalle variazioni del mercato, rendendo sostenibile la pratica della trasformazione delle biomasse in energia, queste vanno prodotte, acquistate e trasformate in loco secondo logiche di “Filiera Corta”.

Il vetiver consente, data la sua particolare fisiologia, di unire la produzione di biomasse ad altri utilizziche siano di beneficio al territorio di applicazione: è infatti ben nota la capacità delle piante e del design applicativo delle siepi vegetative di controllare i sedimenti strappati dagli eventi meteorici (di crescente impatto) e di infiltrare nelle falde grandi quantità di acqua altrimenti perduta migliorandone la qualità e rilasciandola gradualmente aumentando la percentuale di umidità presente nel terreno.
Risulta perciò particolarmente interessante lo sviluppo di progetti che vedano l’applicazione delle siepi vegetative in ampi tratti di territorio soggetto a desertificazione, per il miglioramento dell’ambiente agricolo unito alla produzione di biomasse (vedi la sezione Sostenibilità Agricola).

Allo stesso modo, data la capacità delle piante di estrarre da suolo e acqua grandi quantità di inquinamento, risulta molto interessante per unire la produzione energetica intensiva al fitorimedio ed alla fitodepurazione.

L’inquinamento intrappolato nella biomassa delle piante di vetiver chiaramente non potrà essere rimesso in atmosfera bruciando o disperdendo il prodotto, ma trasformarlo tramite pirolisi veloce consente di comprimere notevolmente l’inquinamento concentrando nello scarto (biochar) gli inquinanti da trattare come rifiuto speciale. Già oggi sono disponibili sul mercato brevetti che le aziende utilizzano per realizzare impianti di questo tipo.

 La pratica di estrarre l’inquinamento dal terreno e dalle acque è estensivamente utilizzata all’estero per recupero di acque reflue, scarti mineraridiscariche esaurite e smaltimento del percolato da esse prodotto.
Specialmente le acque reflue civili ed industriali appaiono particolarmente interessanti per produrre biomassa, data la concentrazione di Azoto e Fosforo che, rimesso in circolo inquina falde e terreni, ma ha un enorme potenziale per la produzione di biomassa in ambiente idroponico o tramite assorbimento in aree umide artificiali.

LIDO DI VENEZIA, UNA STORIA DI SUCCESSO

Il flusso delle maree ed il continuo movimento delle acque, anche nella Laguna di Venezia, generano una continua erosione delle sponde dei canali.

I residenti ben sanno quanto lavoro sia necessario per cercare di conservare al meglio le sponde su cui si affacciano i loro terreni.

Sull’onda dell’esperienza di Jack Bertel, nello stato della Louisiana dove dopo il passaggio dell’uragano Isaac, le sponde delle paludi salmastre nella Plaquemines Parish sono state protette con siepi di vetiver, abbiamo voluto fare un tentativo per verificare che la pianta potesse tollerare una situazione di elevata salinità congiuntamente ad un clima ben diverso dalle calde ed umide sponde del Delta del fiume Mississipi.

Siamo stati contattati da due residenti del Lido di Venezia per valutare insieme il da farsi e la possibilità di utilizzare questo metodo per risolvere il problema; abbiamo utilizzato l’ultima parte dell’inverno per la piantumazione: lo stato di dormienza della parte aerea della pianta, e lo stato di limitata attività radicale della parte sotterranea, hanno permesso un graduale adattamento del vetiver all’ambiente lagunare.

Al risveglio vegetativo infatti, le piante, erano già a conoscenza della nuova situazione climatica ed ambientale e non hanno mostrato alcun sintomo di stress.


A tre mesi esatti dalla piantumazione, la vegetazione si presenta normalmente sviluppata e la parte radicale già esercita una forte presa su tutta la sponda bagnata dalle acque salmastre. Poco dopo l’inizio del periodo di crescita della vegetazione, una recrudescenza del clima con freddo e forti venti, ha danneggiato parzialmente la crescita; in breve tempo, con il migliorare del clima le piante hanno prodotto sempre più verde e migliorato la tenuta sulla sponda.

 Il commento dei committenti:

 Ecco come si presenta la siepe di Vetiver a tre mesi esatti dalla messa a dimora qui al Lido di Venezia.

Considerato che il vento ha ripetutamente piegato le giovani foglie nella fase iniziale di vegetazione – con conseguente frattura e successivo disseccamento della parte finale – la giovane siepe ci sembra ben avviata al suo lavoro di protezione dall’erosione della sponda del canale.

Ti segnaliamo con gratitudine che TUTTE le tue piantine messe a dimora il 14 marzo scorso hanno germogliato e fanno la loro parte.

Ti terremo aggiornato. Un cordiale saluto.

La mortalità fisiologica di un impianto di vetiver si aggira intorno al 10%. Considerando la recrudescenza del clima e la situazione molto particolare dell’applicazione, posso serenamente affermare che questo è un grande successo. Ho chiesto ai committenti di non effettuare concimazioni fino a che le piante non fossero abbastanza sviluppate, cioè fino a questo momento (tre mesi) anche per verificare la tenuta e la velocità di attecchimento delle piante al netto di qualunque aiuto.

Soprattutto questo dato deve far riflettere, mettendo in prospettiva le migliaia di chilometri di sponde e litorali soggetti ad erosione, e le centinaia di infrastrutture presenti su di esse, tutte minacciate dalla furia del mare e spesso da ricostruire interamente, tutte sono collocate in situazioni simili e tutte possono beneficiare da questa applicazione pilota effettuata sulle coste italiane.

E che finalmente si consideri la versatilità e l’economicità del vetiver anche in questo ambito.

Il Sistema VETIVER

Chrysopogon zizanioides, comunemente noto come Vetiver, è una pianta erbacea perenne, originaria dell’India. In India occidentale e settentrionale, è popolarmente noto come Khus.

Questa specie colonizza rapidamente i terreni, ed è spesso impiegata in bioingegneria proprio per evitare l’erosione del suolo. Questo impiego della pianta è conosciuto proprio come “sistema vetiver”. Essa è inoltre utilizzata per la fitodepurazione delle acque e del suolo contaminato da metalli pesanti, idrocarburi e sostanze chimiche.

Da questa pianta si estrae un olio essenziale molto odoroso, ampiamente utilizzato in profumeria.

Il Vetiver può anche svolgere la funzione di pianta pioniera, capace di vegetare anche su terreni particolarmente difficili grazie al suo eccezionale apparato radicale. Ove necessario, è possibile negli anni ripristinare la flora autoctona, introducendo semi o talee delle specie desiderate su un terreno ormai consolidato e reso fertile.

Il Sistema VETIVER è un’opera di ingegneria verde in cui le piante possono sostituire o integrarsi con opere civili. Il Vetiver si applica in molteplici settori, fra cui: rilevati e scarpate stradali, autostradali, ferroviarie; arginature di torrenti, canali, fiumi, laghi, protezione di spiagge; consolidamento di zone soggette a frane e smottamenti; ripristino e rinaturalizzazione di cave, miniere, discariche e in impianti per il ripristino di siti inquinati e di depurazione delle acque.